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Roland, dieci anni di fuga dall'incubo

L’odissea attraverso l’Africa del fondatore di Migr'Action, scappato dal Camerun nel 2005

Parole chiave: migranti (46), migr'action (2), biella (241), profughi (19), immigrazione (11)
Roland Djomeni

«Per il momento non penso al Camerun. In questi dieci anni non è cambiato. E nemmeno i rapporti con la mia famiglia». Roland Albert Djomeni vive a Biella da novembre. Don Giovanni Perini, il direttore della Caritas diocesana, l’ha conosciuto nel giugno dello scorso anno a Tunisi, in occasione di Migramed, il meeting internazionale delle Caritas del Mediterraneo. E quando a novembre ha ricevuto la sua telefonata, lo ha aiutato a raggiungere Biella.

Oggi Roland, camerunense di 34 anni, è inserito nel progetto Sprar (sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati) e nel mese di marzo ha fondato l’associazione Migr’Action. Ha lo sguardo fiero, i modi calmi. Non ama parlare del suo passato. Ha lasciato definitivamente il Camerun nel 2007 e per anni ha vissuto utilizzando una falsa identità. «Vivevo a Yaoundé e collaboravo con un’associazione che aiuta le donne malate di Aids. Avevo più o meno vent’anni e alle spalle un diploma» racconta Roland. Tra i malati di Aids aiutati dall’associazione ci sono anche alcuni omosessuali. «In quel periodo non era semplice: io stesso venivo scambiato per omosessuale semplicemente perché li aiutavo. Quando il vescovo di Yaoundé Victor Tonye Bakot pronunciò una dura condanna nei confronti dei gay iniziarono gli scontri e le discriminazioni. Anche i rapporti con la mia famiglia diventarono difficili».

Per questo Roland decide una prima volta di lasciare il suo paese per il Ciad. Vorrebbe iscriversi all’Università, è il 2005, ma poi rientra in Camerun. Lascia definitivamente la sua terra il 7 settembre 2007. «Non avevo una destinazione» spiega. «Me ne sono venuto via e basta. Volevo solo un po’ di tranquillità e lasciarmi alle spalle il giudizio di una società opprimente». Roland raggiunge il Niger, dove si ferma un mese, poi la Nigeria e infine tenta di raggiungere la Libia. «Non ci sono riuscito, e nel novembre del 2007 sono arrivato in Algeria». Il Maghreb offre buone opportunità di lavoro. «L’Algeria soprattutto. Mi sono fermato un paio di settimane. Là è pieno di trafficanti di esseri umani. Le persone di colore sono vittime di violenze, c’è molto razzismo. Mi serviva un permesso di soggiorno per restare in Algeria e mi hanno consigliato di andare in Mali per ottenere il passaporto». Roland ancora una volta si sposta lungo le tratte dei migranti. «Non è difficile, le informazioni e i contatti si scambiano facilmente. In Mali sono rimasto due mesi, il tempo sufficiente per ottenere un passaporto. Sono stato ospite di una famiglia che mi ha aiutato a ottenere il permesso di soggiorno per l’Algeria». Da quel momento Roland assume un’altra identità. È l’unica soluzione per riuscire a entrare in Algeria con il passaporto maliano e ottenere un permesso di soggiorno. «Il Mali ha molti accordi con i Paesi del Maghreb, per questo è più semplice» dice Roland.

Nel 2008 raggiunge l’Algeria e si stabilisce a Tamanrasset, dove trova lavoro in un cantiere. «Dormivo per strada e nelle strutture in cui lavoravo. Nessuno avrebbe affittato un alloggio a una persona di colore». Nel 2009 Roland tenta di partire per l’Europa. «Era il mese di agosto. Mi sono trasferito in Marocco: avevo deciso di imbarcarmi per l’Italia, ma all’ultimo ho rinunciato e sono sceso dal gommone. Ho avuto paura e non ho mai saputo che fine abbia fatto chi invece ha affrontato il viaggio». In Marocco Roland resiste tre mesi: «La vita là è ancora più difficile che in Libia. I neri sono costretti a vivere nella boscaglia e a procacciarsi il cibo nell’immondizia».

Al rientro in Algeria Roland finisce in carcere. «Ero un irregolare e sono stato arrestato. Sono rimasto in cella sei mesi». In quel periodo conosce una donna che lavora per la Croce Rossa. È un incontro provvidenziale, perché nel 2010 gli servirà per entrare in contatto con “Médecins du monde”. Nel frattempo Roland esce dal carcere e torna a lavorare nei cantieri. «Mi sono trasferito a Orano e alla fine del 2010, facendo visita a degli ammalati in ospedale, ho conosciuto una suora che mi ha messo in contatto con la Caritas». In quel periodo vive in una comunità di immigrati. Poi trova ospitalità da una famiglia algerina. «Quando sono entrato in contatto con “Médecins du monde” mi hanno proposto un corso di formazione ad Algeri sui servizi sanitari. È iniziata in quei mesi l’idea di istituire un’associazione per aiutare i migranti. Ovunque nel Maghreb ci sono persone che sono in viaggio e non intendono tornare nel loro Paese. Ma manca l’informazione: molti non sanno cosa fare e a chi rivolgersi. Anche per quanto riguarda i servizi sanitari, per esempio. Se non hai un permesso di soggiorno non puoi essere curato».

Con l’aiuto di Jean Paul Vesco, vescovo di Orano, Roland riesce a creare una rete di collaborazione con Caritas e “Médecin du monde”. «Vesco ha creduto in me e mi ha messo a disposizione una sede in cui aiutare le persone nell’accesso ai servizi sanitari. Dopo qualche tempo ho ricevuto la visita di padre Cesare Baldi, direttore della Caritas algerina, che mi ha proposto di diventare responsabile del progetto immigrazione». Roland accetta e, dopo anni in cui ha vissuto con una falsa identità, con l’aiuto del vescovo di Orano prova a recuperare un visto per rimanere a lavorare in Algeria con il suo vero nome. «Purtroppo è stato impossibile: alcune immagini pubblicate su Facebook testimoniavano la mia presenza in Algeria in occasione di un evento organizzato da un’associazione politica. E se in Algeria entri illegalmente, è un problema: non c’è modo di ottenere alcun permesso di soggiorno. Da quel momento non potevo più rimanere a Orano. Sarebbe stato solo questione di tempo: rischiavo di finire in carcere perché immigrato irregolare. Perciò decisi di partire».

Il 18 settembre 2015 Roland inizia il suo viaggio verso la Tunisia. Con 300 euro arriva a Choucha, l’ex campo profughi al confine con la Libia. «Là mi sono fermato una decina di giorni. Eravamo in tende, in attesa di passare il confine. Una notte ho vissuto l’episodio più violento: sono stato malmenato da un ivoriano perché portavo con me il Crocifisso e la Bibbia. È successo durante il trasferimento in Libia, dove ho poi vissuto un mese e mezzo in attesa che arrivasse il momento di partire». Roland ha aspettato il suo turno nelle case messe a disposizione dai trafficanti. «Ho pagato due volte la tariffa, 800 euro, perché all’ultimo c’è stato un disguido. Era notte quando sono salito sulla barca. Alla luce del sole ho l’impressione che non sarei riuscito ad affrontare la paura. Era il 2 novembre. Noi in 130, stipati. In quel momento non pensavo a niente. Abbiamo viaggiato in mare due giorni prima di essere salvati dai militari inglesi. Poi, dopo un viaggio di altri due giorni, ci hanno trasferiti sulla nave della guardia costiera, che ci ha condotti a Lampedusa». In Sicilia Roland viene inserito in uno dei centri di prima accoglienza che ospitano centinaia di profughi. «Dopo qualche giorno sono stato assegnato a un Cas in cui vivevo con una cinquantina di migranti. È lì che ho chiamato don Giovanni». Infine Biella, la nuova vita. E Migr’Action, l’associazione fatta dai migranti per aiutare altri migranti. E per informare chi è ancora in Africa sui pericoli dell’odissea che li separa dall’Europa.

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