Val Mastallone. Valsesia. Una valle di azzurro… smeraldo

La curiosità è tanta. Sto facendo una ricerca sulla Valle Cervo biellese e continuo a trovare altre valli Cervo in giro per l’Italia. In Liguria, in Toscana e più lontano. Chissà se c’è un’origine comune per questo toponimo?
Come per le valli Strona. Io abito in una Valle Strona, quella di Mosso. Ma ne conosco almeno una mezza dozzina, solo in Alto Piemonte: oltre alla mia quella di Postua, di Valduggia, di Ghemme, di Omegna. E altre minori.
In entrambi i casi, quasi certamente il nome sta a indicare un corso d’acqua o qualcosa di simile. Il nome Cervo o “Sarv”, ha probabilmente una origine walser, mentre per Strona è più facile la corrispondenza con “strom” che in tedesco sta per “corrente”.

Emozioni diverse
Sta di fatto che un’altra valle Cervo si trova in Valsesia, più precisamente come valletta affluente del torrente Mastallone, quello che sfocia nel fiume Sesia all’altezza di Varallo. Pronti via, si va a vedere. Non è certamente la prima volta che vengo da queste parti, ma la Valsesia che frequento in inverno è normalmente quella della Val Grande verso Alagna. Su queste pagine ho già scritto delle cascate di ghiaccio sulla strada per Rassa o delle ciaspolate in Val Vogna. Ma in questo inverno irrazionale, con le primule già fiorite a quasi mille metri di altitudine, ogni programma viene stravolto. Eccoci per strada. Se si va verso Alagna, in una Val Grande di nome e di fatto, la meraviglia del Monte Rosa appare all’improvviso uscendo dalla galleria-paravalanghe dell’Arzarella. Ed è sempre una forte emozione. Altrettanta ma ben diversa emozione si ha risalendo da Varallo i 25 chilometri della val Mastallone.

Il ponte della Gula
Subito fuori la cittadina valsesiana si trovano le case di Pianebelle. Ma a dispetto di questo nome, poco dopo la valle si stringe in una forra impressionante, scavalcata da un ponticello neanche troppo elegante, con un arco in pietra che sembra deformarsi in modo innaturale per raggiungere la parete opposta.
E’ il ponte della Gula, immortalato in tutte le cartoline storiche della Valsesia, raccontato nelle solite leggende che vedono il diavolo come protagonista e anche presente nella vicenda del prode Giacomaccio, che nel 1518 sfidò i nobili varallesi con rivolta popolare.
Andando verso monte si superano infinite anse della valle, con la strada che corre in basso a filo del torrente e con la presenza di pochi villaggi, “tutti discreti e silenziosi, quasi volessero starsene al riparo dalle insidie di sviluppi turistici…” come scrive Marco Valle nel suo raffinato libretto “Valmastallone Valsesia antica”. Qui è la natura, nella sua asprezza, a farla da padrona, garantendo intatto il paesaggio, come Dio l’ha creato.

Un bel faggio…
Dove meno te l’aspetti la valle si divide. A destra si prosegue verso Rimella, risalendo la vallata del torrente Landwasser, che già dal nome - “acqua del paese” - ci svela l’origine walser. La nostra meta è invece a sinistra, ancora con il Mastallone a sfiorare la strada. La valle continua con pareti altissime, di pendenza uguale, a formare una enorme “V”, al centro della quale ora appare una sorta di miraggio disneyano. Che ci fa qui un castello, vien da dire. Ma pochi minuti dopo tutto appare più chiaro.
La valle si apre di colpo in una conca ariosa e subito arriviamo a Fobello. L’imponenza della chiesa parrocchiale ci fa capire l’importanza del luogo, pur nel limite dei suoi 200 abitanti attuali. Il nome sembra derivare dalla presenza di un bel faggio (“fo bel” in dialetto) nello stemma comunale, anche se altre interpretazioni fanno riferimento al tratto di fondovalle (“fund bel”), qui decisamente più accogliente.

Cervatto
Parto da Fobello per un giro a piedi che mi porta subito a Cervatto, un chilometro e mezzo di tranquilla salita sulla strada provinciale. Eccolo, vicino, il castello che avevamo visto dal basso, in realtà una grande villa di fine Ottocento, con un’alta torretta e con a fianco la chiesetta neogotica, raggiunta dalle cappelle di una Via Crucis.
Il paese è composto da diverse case di signorile aspetto, poste a cavallo di uno sperone, oltre il quale vedo finalmente la Valle Cervo che cercavo. E’ una valletta modesta, con un paio di strade che la percorrono - ognuna per poco più di un chilometro - per raggiungere piccoli villaggi. A fronte è il villaggio di Oro Negro, al centro di un ripido pascolo.
Il nostro percorso continua invece in piano verso Nord, seguendo un piacevolissimo sentiero sul lato destro della valle principale. In una ventina di minuti di cammino arriviamo alle belle case di Torno, borgata raggiungibile unicamente a piedi e abitata solo nei mesi estivi.

Un piacevole picnic
Si attraversa in discesa la frazione, passando accanto alla chiesetta della Madonna delle Grazie, ritrovando subito dopo a sinistra il sentiero pianeggiante che continua nella stessa direzione. Entriamo in questo modo in un’area del Parco Naturale Alta Valsesia e questo tratto di percorso, di poco più di un chilometro di lunghezza, è stato adattato per renderlo fruibile anche alle carrozzelle che possono partire da Roj, la nostra meta di giornata.
Le guide turistiche scrivono che questo sentiero è tra i più belli della Valsesia e che permette di ammirare compiutamente il paesaggio della “conca di verde smeraldo”, come viene chiamata la valle di Fobello e Cervatto. Dicono anche che è tra i percorsi estivi “più freschi”, grazie ai boschi di faggio e di castagno. Avendolo percorso a metà gennaio, concordo sul concetto di “fresco” e un po’ meno sul verde smeraldo, che nel nostro caso era piuttosto di un azzurro intenso nel cielo, e di un bruno chiaro nel terreno. In compenso, il ristoro con le risorse dei nostri zaini, seduti al sole davanti alla candida chiesetta della Madonna della Neve, è stato piacevolissimo.

Vincenzo Lancia
Da Roj si scende a fondovalle sulla strada asfaltata, per tornare in discesa verso Fobello. E qui tornano le similitudini con la Valle Cervo biellese. Di fronte a noi si vedono una decina di frazioni, poste nel versante della loro Banda Sulìa. Ci sono molte case imponenti e a più piani, segno di una qualità costruttiva che non si ritrova in altre parti della Valsesia, dove spesso predomina il legno, mentre qui è la pietra ad imporsi.
Ma ci sono anche diverse ville, a cominciare dalla deliziosa Villa Musy a Catognetto, dalla grandiosa cuspide piramidale. Si capisce a questo punto che tanta gente di questa valle, emigrata verso Torino e poi verso l’Europa, dove esercitava mestieri in campo commerciale e alberghiero, ha poi saputo tornare per rendere omaggio in questo modo al loro paese natio.
Non a caso il figlio più illustre di questa terra è Vincenzo Lancia, fondatore della famosa casa automobilistica. La villa dove è nato e cresciuto, alla Montà di Fobello, è rimasta un simbolo di un’epopea e di una famiglia, ricca di esponenti famosi in campo imprenditoriale, sportivo e filantropico.

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