Gli scenari: quale sarà la politica del dopo Coronavirus?

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I sondaggi testimoniano che l’emergenza Coronavirus, nonostante le incertezze che ne hanno finora contraddistinto la gestione, ha rafforzato la figura del presidente del consiglio Giuseppe Conte e dei partiti che compongono la maggioranza, tutti segnalati in ripresa più o meno rilevante. Parimenti il governatore del Veneto Luca Zaia risulta, sempre stando ai sondaggi, l’uomo politico più popolare con un gradimento che supera l’80 per cento. Fin qui i dati in tempo di Covid-19. Ma cosa accadrà quando l’emergenza sarà cessata e occorrerà cominciare a fare i conti con i danni provocati, soprattutto sul tessuto sociale ed economico del Paese, da questa “tempesta perfetta”? Sono in molti a pensare che il quadro politico nazionale potrebbe cambiare in modo radicale e non solo per favorire l’ennesima manovra di palazzo con la sostituzione del presidente del consiglio e il varo di una nuova maggioranza. Si ritiene, infatti, che il cambiamento avviato dalla nuova consapevolezza degli elettori potrebbe essere ben più profondo. Un segnale ci arriva da un sondaggio di Euromedia Research di Simona Ghislieri, una delle rilevatrici più attendibili delle tendenze elettorali, che sul Foglio ha dichiarato che in prospettiva si comincia a intravedere lo spazio per la nascita di una nuova forza politica, che lei definisce come “partito della restaurazione”. Il termine potrebbe far pensare a un ritorno al passato in ottica conservatrice, ma va letto invece da un altro punto di osservazione. L’impressione è che il costante degrado della vita politica italiana, la progressiva perdita di rappresentatività della classe politica (anche per colpa di leggi elettorali sempre più comode per le gerarchie dei partiti e sempre meno rispondenti alla volontà degli elettori) e l’impoverimento progressivo di un’azione di governo con orizzonti sempre più limitati a una convenienza elettorale di cortissimo respiro tra un elezione (locale, nazionale o europea) e l’altra, abbia consolidato una classe dirigente che, fatte le dovute eccezioni per evitare generalizzazioni ingenerose oltre che sbagliate, è sempre più modesta e sempre meno attrezzata ad affrontare sfide che nel frattempo sono diventate sempre più complesse. In base a queste considerazioni in un prossimo futuro potrebbe verificarsi uno scenario in cui la forza d’urto dei partiti cosiddetti sovranisti (che peraltro non hanno capito che il sovranismo assoluto è quello messo in atto dai loro nemici come Germania, Francia o dell’ultima arrivata Olanda, che con i loro atteggiamenti rischiano di minare anche il progetto europeo). In parte questi partiti, come dimostra il calo in corso dei consensi della Lega “salviniana”, hanno forse esaurito la loro spinta, bruciando una grande quantità di carburante senza riuscire ad arrivare a destinazione, cioè al governo. Anche Fratelli d’Italia, che invece continua a crescere in modo rilevante, ha tuttavia scelto una strada che inevitabilmente porterà il partito di Giorgia Meloni a fare i conti con la realtà quando e se dovesse diventare forza di governo. Al di là dell’acutezza di certe proposte, risultano troppo semplici, infatti, le formule complessive con le quali ci si propone per reggere le sorti del paese.

Il Movimento 5 Stelle ha solo frenato la sua caduta, ma ha comunque perduto la sua identità che l’aveva portato a un successo elettorale senza precedenti, presentandosi però all’appuntamento con la storia con idee confuse, contraddittorie e soprattutto con uomini (e donne) non all’altezza dei compiti che andavano a ricoprire. Sul fronte sinistro dello schieramento risulta invece marginale la proposta massimalista, tenera al governo e dura, durissima, nella testimonianza su valori e battaglie civili, che però da sole non bastano più come un tempo a mobilitare le folle.

Restano Forza Italia, i nuovi centristi di Renzi e Calenda e il Partito Democratico. Il partito berlusconiano sta facendo qualche mossa accorta in campo europeo e nazionale, che ha fatto rivedere lo smalto innovativo e liberale del movimento di 20 anni fa. In teoria il suo bagaglio ideologico, improntato al liberalismo e popolarismo democratico ed europeo, potrebbe farne il candidato ideale al ruolo del nuovo partito indicato dalla sondaggista Ghislieri. Il problema è la sua struttura monarchica, troppo legata al destino del padre fondatore ottuagenario e ai suoi valvassori, senza la possibilità di un’organizzazione di partito moderno, che sappia alternare alla fine di ogni ciclo una classe dirigente nuova. Per questo molti elettori, pur condividendone le idee, non votano più Forza Italia, perché rappresentata da personaggi per lo più ormai scarsamente rappresentativi e figli di un sistema di selezione della classe dirigente assolutamente non meritocratico. Per quanto riguarda Renzi e Calenda: il primo è sul fronte ideologico giusto, ma con una pessima immagine di sè e dei suoi amici; il secondo è il classico uomo per bene che non fa sognare. La “restaurazione” richiede uomini nuovi, carismatici, affidabili e capaci. Una sola di queste qualità non basta.

Infine il Pd, un partito che grazie alla sua struttura organizzativa è riuscito a restare sempre su una quota costante intorno al 20 per cento, superando i problemi di una classe dirigente sempre meno brillante e adeguata. Non è poco, considerando che negli ultimi 8 anni è riuscito a stare al governo per 7 senza mai vincere le elezioni. Ma per riuscire a governare tornando a far sognare gli italiani, ci vuole altro. La struttura ha salvato i dem dal declino, ma la sua vicinanza al sistema, in Italia e in Europa, tatticamente alternata a un certo movimentismo di sinistra nelle fasi più cruente del dibattito, li obbligherà a proporsi in futuro con un progetto più ambizioso per il paese.

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