Il “decreto agosto” in preparazione da parte del Governo per affrontare questa difficile congiuntura economica indotta dall’emergenza Covid, farà ancora leva sulla politica dei bonus. Dopo i contributi a fondo perduto per acquistare automobili con minore impatto ambientale, monopattini e biciclette e per le vacanze delle famiglie, si pensa ora a bonus per favorire i consumi, premiando con dei soldi a fondo perduto chi acquisterà beni e prodotti utilizzando la moneta elettronica e quei pubblici esercizi che acquisteranno prodotti italiani da rivendere nei loro negozi. Una strada che il Governo continua a percorrere dopo il successo di queste settimane con centinaia di migliaia di domande e il conseguente consenso ottenuto nell’opinione pubblica. Una strada che però suscita più di una perplessità nei partner europei, alla vigilia dell’arrivo di ingenti fondi per il nostro paese e che solleva anche delle critiche da parte delle forze di opposizione. Come quella del senatore biellese di Forza Italia Gilberto Pichetto che proprio la scorsa settimana è intervenuto in Parlamento per bocciare questa facile ricerca dei consensi grazie a contributi a pioggia che alimentano la spesa corrente senza sostenere gli investimenti.

Senatore Pichetto cosa non le piace della politica dei bonus intrapresa dal Governo?
Soprattutto il fatto che non sia non in linea con la possibilità di utilizzo degli strumenti finanziari europei che, tra “Recovery Fund”, “Sure” e fondi strutturali straordinari, più il credito agevolato previsto dalla Banca Europea per gli Investimenti, potrebbero arrivare ad ammontare, per il nostro paese, a 450 miliardi. Una quantità enorme di denaro che però mi auguro non arrivi subito nelle nostre casse.

Per quale motivo?
Perché non siamo pronti a riceverli e soprattutto a spenderli nel modo giusto, cioè con idee e progetti precisi. Altrimenti, senza un programma approfondito e articolato non sarà una cosa seria e faremo una figuraccia con i partner europei, contribuendo, con questa politica dei bonus, a peggiorare la nostra già precaria situazione economica.

Che cosa non funziona nel sistema dei bonus?
Anzitutto il caos che si è creato perché in questi mesi il Governo ha varato incentivi a casaccio, spesso poco omogenei tra loro, invece di indirizzarli in base a un tema strategico. Prenda per esempio l’annunciato bonus sulla moneta elettronica: non credo che si debbano impiegare molti miliardi per cercare un recupero di evasione fiscale che sarà certamente di misura inferiore rispetto all’investimento fatto. Ciò perché nel frattempo la fatturazione elettronica ha preso ormai piede tra i contribuenti e allora sarebbe meglio impegnarsi a rodare e perfezionare meglio questo sistema anziché introdurre nuove misure a caso. Rischia di essere solo un’iniziativa di propaganda o, peggio, ideologica, senza effetti concreti sui nostri conti pubblici.

Non crede neppure alla validità dei bonus per incrementare i consumi in momento così complicato?
I bonus non fanno aumentare i consumi in modo strutturale, come pure l’idea, che il premier Conte provò a lanciare, di abbassare l’Iva. Ogni punto di Iva in meno costa allo Stato 4,5 miliardi di euro, 4 punti costano quasi 20 miliardi, ma questo non basta per aumentare i consumi se l’euro vale sul mercato come le vecchie mille lire, contro le 2mila per le tasche dei consumatori. In Germania questa misura ha funzionato, ma loro hanno un sistema commerciale a catena diverso dal nostro, in cui l’abbassamento dell’Iva fa sentire subito il suo effetto.

Se i bonus non servono, allora cosa si dovrebbe fare?
Il primo aiuto dovrebbe essere la certezza dei tempi e dei provvedimenti, programmando le misure. Ciò vale anche per il pagamento delle tasse, in un sistema fiscale che non offre mai ai contribuenti certezza dei modi e dei tempi per il versamento. La politica dei bonus è debole perché incide solo sulla domanda, in un paese, come l’Italia, in cui un terzo del prodotto interno lordo prodotto (e dei nostri posti di lavoro) è generato dalle esportazioni e non dai consumi interni. Quindi la cosa più importante da fare sarebbe quella di offrire garanzie e certezze alle imprese.

Quindi sostenere le imprese anziché i consumatori?
Non è un’alternativa perché le imprese creano posti di lavoro e la crescita di questi ultimi favorisce i consumi. La scorsa settimana nel mio intervento in Senato ho chiesto ai colleghi se qualcuno di loro in questo periodo avesse assunto dei dipendenti nelle proprie imprese o nei propri studi professionali, infilandosi in una procedura che dura almeno 2 mesi per andare a buon fine. Il problema è che il sistema finora adottato dal Governo non è adatto a creare lavoro e non è favorevole all’impresa. Per esempio, se blocco i licenziamenti dopo l’emergenza Covid, devo pagare puntualmente la cassa integrazione, adattandola alla nuova situazione. Invece si improvvisa sempre come accaduto con il pasticcio dei treni ad alta velocità nello scorso fine settimana, cambiando idea all’ultimo momento sulla possibilità di occupare tutti i posti a sedere e lasciando a terra migliaia di viaggiatori. Queste non sono cose da paese moderno.

Va però detto che la politica dei contributi a fondo perduto e degli “aiutini” ha consentito al Governo di aumentare la sua popolarità.
Certamente i contributi nell’immediato portano consenso e inoltre nei momenti di difficoltà ci si affida a chi può darci una mano. Ma gli effetti negativi di questa politica arriveranno presto: l’Istat prevede che sono a rischio di chiusura il 38 per cento delle piccole e medie imprese in Italia; a Biella significa qualche centinaia di imprese, dai bar agli studi professionali, alle aziende. E ciò per non avere programmato ciò che dovevamo fare. Per esempio, lo smart working piace molto ai datori di lavoro e ai loro dipendenti, ma ha fatto crollare i consumi in bar e ristoranti, cambiando il mercato, come quando arrivò il digitale per le foto. Sono fenomeni che vanno gestiti, altrimenti tra 3-4 mesi il treno in corsa dei bonus andrà a sbattere contro il muro del disastro economico.

Ma l’emergenza va affrontata con strumenti immediati, prima che strutturali.
Io resto convinto del fatto che il mercato lavoro in Italia, almeno nell’emergenza, si sarebbe potuto liberalizzare, reintroducendo anche i voucher sia per servizi alle famiglie che per le imprese, È vero che in passato di questa opportunità si è abusato, ma per evitarlo basterebbe fare i necessari controlli. La scelta di non prendere questa strada qui, invece, mi sembra soprattutto ideologica. Come quando si escludono dai benefici fiscali per l’edilizia quelli che hanno più possibilità di spendere e quindi di utilizzarli creando nuovo lavoro. Per questo, per me, prima di distribuire bonus a pioggia, è prioritario creare lavoro, evitando di punire chi ha i mezzi per farlo.

Se si continua così cosa rischiamo?
Se non cogliamo nel modo giusto l’opportunità di utilizzare così tanti soldi europei, dopo che la cancelliera Merkel ha deciso che bisognava salvare Italia favorendo in Europa la prima mutualizzazione da stato federale della storia, sciuperemmo una grande occasione e il paese diventerà molto povero con il rischio di gravi rivolte sociali.

Però c’è da dire che l’Europa non sembra intenzionata a farci sprecare i soldi che ci arriveranno l’anno prossimo.
Ben vengano le condizionalità se sono serie. Come nel caso del Mes legato a investimenti per ammodernare la sanità e non solo a fare assunzioni negli ospedali; alla nostra sanità servono soldi per ammodernare il sistema, non solo per le assunzioni. Lo spirito del Mes è la creazione di rianimazioni, poliambulatori sul territorio, senza finire tutti nell’imbuto del pronto soccorso quando dobbiamo farci curare. È qui che bisogna investire, riorganizzando medicina di base ed è un lavoro complesso e approfondito.

Quindi lei è favorevole alle condizionalità sui fondi europei?
Se c’è un vincolo su questi investimenti saremo obbligati a rispettarlo. Meno male che ci terranno d’occhio. Sia ben chiaro: io non voglio la troika che viene a governare in casa nostra come avvenuto quando il Mes fu utilizzato per la Grecia: i tedeschi li abbiamo cacciati dall’Italia nel 1944 è non è il caso di farli tornare a occuparsi dei nostri affari. Ma è indispensabile che i soldi che ci verranno dati dall’Europa siano usati rispettando condizioni chiare. Al Governo non hanno ancora capito che con l’Europa dovremo comunque fare i conti, assumendoci responsabilità chiare e facendoci trovare pronti a fare investimenti strutturali e riforme,per rendere più efficiente un sistema che moltiplica gli organismi di controllo, facendo solo aumentare a dismisura il numero di potenziali corrotti per arrivare a ottenere dei risultati in tempi molto più lunghi. Servono riforme vere e non pasticci come il cosiddetto decreto semplificazione varato dal Governo che aggiunge ulteriori procedure senza nessuna facilitazione. Abbiamo troppe sovrastrutture sedimentate negli anni che ci costano molto care.

Quindi dobbiamo aspettare che ci siano progetti, riforme e programmi adeguati per avere i soldi dall’Europa il prossimo anno. Ma le risorse ci servono subito.
È vero, ma vorrei ricordare che per le nostre infrastrutture a bilancio ci sono 110 miliardi stanziati fermi da tempo. Sono soldi che, per esempio, sono stati resi disponibili per realizzare la nostra strada Pedemontana, che però è ferma da oltre un anno per una tomba antica ritrovata a Lozzolo. Ciò da la misura del danno che fa questa gente: sarebbe bastato spostare la tomba in un museo; persino l’Egitto, che non è certo la Germania, per realizzare la diga di Assuan ha spostato il tempio di Abu Simbel. Se non riusciamo a spendere i soldi che abbiamo in cassa allora è inutile attendere altri soldi europei. Pensi che nella partita che riguarda i fondi strutturali europei nel periodo 2014-2020, all’Italia sono arrivati 75 miliardi di euro, dei quali solo 45 sono stati impegnati per dei progetti e di questi solo 15 già investiti. Un problema che si è verificato soprattutto al sud. Sono certo che se arrivassero domattina i fondi del Recovery Fund, il nostro Governo non saprebbe cosa farne e finirebbe per cercare di distribuirli a pioggia per creare facile consenso. Meglio quindi che dall’Europa qualcuno ci tenga d’occhio.

Ha parlato della Pedemontana, ma entro fine luglio non doveva aprire il cantiere per l’elettrificazione della ferrovia Biella-Santhià?
Nonostante il ritardo stavolta penso che ci siamo quasi: i soldi ci sono e il progetto anche. Piuttosto dovremo pensare anche alla Biella-Novara. I 40 milioni necessari non dovrebbe essere difficile trovarli, ma bisogna avviare l’iter burocratico, altrimenti andremo alle calende greche. E poi ci sono le idee, come il trenino per Oropa, di cui sono entusiasta anch’io, ma che dovrà basarsi su un progetto di mobilità sostenibile in grado di autofinanziarsi. E anche il vecchio ospedale: con i soldi dell’Europa potrebbero arrivare le risorse, ma prima bisogna mettere a fuoco un’idea e un progetto, necessariamente insieme a investitori privati. Il Governo deve fare lo stesso a livello nazionale.

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