Alta Valle Elvo. Bagneri, è tempo di tornare

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“Un lunedì di Pasqua insolitamente caldo e bello, vien voglia di muoversi per mulattiere verso pascoli e cascine. La meta è Bagneri e le Salvine, un pezzo di Biellese antico e suggestivo, ma già corroso dalle ruggine del tempo e dall’incuria dell’uomo”.

Non ho sbagliato stagione, parlando questa settimana di un lunedì di Pasqua. Quanto scritto sopra è l’inizio di un mio racconto del 1984, un testo che accompagnava una proiezione di diapositive mie e di Vittorio Canepa, dedicate a Bagneri e alle Salvine. L’audiovisivo sarà riproposto proprio a Bagneri questa domenica che viene, in occasione della tradizionale Festa del Ringraziamento. Vuol essere, quella del 6 ottobre, una giornata dedicata agli abitanti di questo suggestivo borgo alpino, alla loro vita, ai luoghi e alle case delle loro famiglie. Da qualche tempo Bagneri sta vivendo una sorta di seconda giovinezza, dopo aver passato anni senza residenti, mentre nella bella stagione erano gli scout ad animare le ripide vie e le case. Con loro, a far da anima collante, c’era e c’è l’associazione Amici di Bagneri “Enrica Simone”. Sono loro che organizzano la festa, ma in realtà sono i primi che dobbiamo ringraziare. Per capire meglio cos’era Bagneri fino al 1984, e anche prima, nel progressivo abbandono di un villaggio che aveva scuole e parroco fino al 1941, sono andato a rivedermi – e in parte a pubblicare in questa pagina – alcune foto in bianco-nero di Vittorio Canepa e alcune diapositive del 1984. Ma anche le parole che avevo scritto nella primavera di 35 anni fa e che vi ripropongo in corsivo, sono utili a comprendere la differenza con il villaggio di oggi. Chi verrà a Bagneri domenica vedrà un villaggio ritrovato, dove si può visitare la vecchia falegnameria e la “graa” per l’essicazione delle castagne, compresi nella cellula dell’Ecomuseo della Civiltà Montanara. Troverà le opere d’arte del Sandrun, compresa la Madonna dal Piumin e in più quelle di Cecilia Martin Birsa, la scultrice che abita qui. Potrà visitare la chiesa, affacciata alla valle e passeggiare tra i boschi che iniziano a prendere i colori dell’autunno. Ma soprattutto troverà tanti amici, come succede quando arrivano i miei viandanti sul Cammino di San Carlo.

“Una strada, seguendo una antica roggia, porta da Muzzano al ponte sulla Janca. Qui sorgeva il vecchio mulino e oltre torrente partiva ripida la mulattiera. Ora c’è una strada polverosa che ha ferito la montagna.

Ma presto ritroviamo prati, il sole e il vecchio sentiero. In alto, le nevi a mezza montagna ci ricordano che l’inverno è appena passato e che la primavera dorme ancora. L‘antica strada di pietre sale con molti tornanti dove il terreno è ancora ripido.

Le prime cascine hanno davanti un stretto cortile e dietro il prato tocca quasi il tetto. Anziani dal volto segnato dall’aratro del tempo, rubano il sole sulle panche, vicino alla stalla.

La mulattiera sale ancora, ora con lunghe diagonali tra grandi ceppaie di castani, ora con strette giravolte tra rive di terra che in primavera si colpano di primule. In alto appare la chiesetta di Bagneri, da dove sembra giungere una preghiera e poi, più forte, il canto che accompagna il Santus.

Siamo a Bagneri, dieci case in fila, l’una addosso all’altra a farsi coraggio con la chiesa vicina.

Le cascine sono fatte con pietre grandi e piccole, poca calce e tanta fatica. Alcune offrono al vento

occhiaie vuote e tetti di stelle. A cantare è rimasta solo la fontana, l’ascoltano sassi e le lucertole.
Ci saluta un cane, l’odore del letame e le prime mosche di stagione. Sono segni di vita.

Siamo sul piazzale della chiesa, nell’interno tanti ragazzi si stanno scambiando un gesto di pace, il più piccolo, sulla porta, fa la guardia ai sacchi.

Il campanile e la chiesa di Bagneri si fanno ammirare anche da lontano e domenica alle ore 11 ci sarà la S. Messa, alla quale seguirà il pranzo. Alle 15,30, sempre in chiesa, avrà luogo la proiezione a cura di Marco Astrua “Storie di pietra: baite di Sordevolo” e il filmato del 1984 “Bagneri e Salvine di un tempo” a cui faccio riferimento in questa pagina. E’ anche l’ultimo giorno della mostra di sculture di Cecilia Martin Birsa, dall’evocativo titolo “Tra i suoni del bosco: frullio d’ali, gorgoglio della Janca”.
Chi vuole potrà trovare il tempo per salire oltre la strada panoramica e raggiungere le Salvine, per me uno degli alpeggi più belli del Biellese. Per adesso accontentatevi di arrivarci leggendo…

“Riprendiamo a salire anche noi, verso spazi più ampi di cielo. Il pendio si fa più dolce, come il nostro animo, che ora ha voglia di guardarsi dentro e attorno. Cambiano anche le piante, non più castagni, ma betulle e faggi. Sempre più in basso borbotta l’Elvo, portandosi a valle un’acqua bianca che forse si illude di essere ancora neve.

Che strano nome le Salvine. E ci dicono che gli abitanti della vallata si rifugiarono qui, secoli fa, per salvarsi dalla peste. Se oggi bastasse venire qua per essere al riparo da tutte le nostre possibili epidemie, probabilmente non ci sarebbe più posto.

Superba è la corona di montagne, che la neve fa sembrare più importanti. Sopra incombe il Mombarone, sullo sfondo il Mars e sulla destra, inconfondibile il Mucrone. Ai lati vigilano, appena nascoste dai dossi, due sentinelle della fede: Oropa e Graglia.

Le cascine sembrano piantate a caso, una qua, una la, come ciliegine sulla torta. Ma a guardare bene, si capisce che ognuna ha intorno tanto spazio quanto ne serve, e che nulla qui è dovuto all’improvvisazione.

Due parole con la gente di qui, con gli alpigiani che hanno già riempito le stalle, approfittando del bel tempo. Alle citazioni ed ai proverbi, fatti in un dialetto così integro da sembrarci d’altri posti, s’alternano le imprecazioni verso le bestie, gli uomini e Dio. Certo, bisogna proprio credere ed amare Dio, le bestie e gli uomini, per potersi prendere ogni tanto la libertà di trattare tutti in questo modo.

Intanto il sole, che s’era fatto alto, ha preso a calare deciso verso ponente e le ombre si allungano verso il Mucrone”.

La Festa del Ringraziamento di Bagneri di inizio ottobre si lega anche alla tradizione della “desarpa” ovvero la discesa della mandrie dagli alpeggi. In questi ultimi giorni gli alpigiani raccoglieranno legna abbandonata o caduta e daranno fuoco alla pira, anche loro per ringraziare della buona stagione trascorsa in montagna. Dai paesi in valle vedranno il fumo e diranno con noi…

“…E’ tempo di scendere.

Abbiamo ritrovato quella parte di noi stessi che da sempre lasciamo svernare negli alti pascoli del nostro cuore. L’abbiamo ritrovata a fatica, celata com’era nell’ombra delle cascine, nell’aria pulita dei campi di bucaneve, nella fine arguzia contadina del Giuanin o nel grasso intercalare dell’Elso.

Volevamo riportare tutto con noi, verso le nebbie e le frette del nostro tempo ansioso. Ma il sacco era già pieno di nostalgia.

Ritorneremo”.

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