Bassa Valsesia. Lo “Sculturando” di Cellio con Breia

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Da sempre, quando mi preparo a scrivere della Valsesia, vado a cercar notizie sulla preziosa guida “Valsesia e Monte Rosa” di don Luigi Ravelli. Il suo stile alquanto retorico – la guida è del 1924 – talvolta mi fa sorridere, ma andando sui luoghi che descrive, molto spesso non posso fare a meno di ritrovarmi in quelle parole. Ascoltate cosa scrive di Cellio:
“Dovettero essere certamente poeti e innamorati del bello quelli che scelsero questo ridente altopiano per costruirvi il primo nucleo di casette, l’embrione di Cellio. Chi non ha ammirato nei bei giorni sereni, dal piazzale della chiesa, le nostre Alpi dal Monviso alle ultime propaggini dell’Appennino Ligure? Chi non ha desiderato di vivere all’ombra di quell’ardito campanile che domina, come un genio tutelare, le linde casette ai suoi piedi…”
E ancora, a proposito di Breia:
“E’ l’antica Bregina del diploma di Ottone IV nel 1209 e la Brecenna della carta 11 agosto 1251. Inoltre è il comune più alto della Valsesia Inferiore, bellamente allineato sulla china di un poggio, in posizione salubre ed allegra dalla quale si domina la valle intera”.

L’alta torre
I paesi di Cellio e di Breia sono diventati comune unico dal 1° gennaio 2018. Con i loro mille abitanti, si trovano tra i 600 e gli 800 metri di altitudine tra Borgosesia e il lago d’Orta, sulle colline che vanno a culminare al Monte Avigno e al Monte Briasco.
Per arrivarci vi farete guidare, oltre che dai segnali, dal monumentale campanile di Cellio, che sbuca dal mare verde dei boschi grazie alla sua altezza. Con i suoi 55 metri è infatti la torre campanaria più elevata di tutto il Vercellese e anche del Novarese, se si esclude la cupola di san Gaudenzio. Nel Biellese lo batte solo, di cinque metri, il campanile di Andorno.
Se ci siete andati nel secondo fine settimana di agosto, tra le case linde che prendono sole fino a tardi, avrete trovato le strade invase da segatura e da chioschi ad ogni angolo, sotto i quali si davano da fare uno stuolo di strani e impolverati personaggi, armati di motoseghe, mazzuoli, scalpelli e flessibili vari.

Gerundio d’arte
“Sculturando” è il titolo di questa bella manifestazione che si svolta nella settimana dal 4 all’11 agosto a Cellio e Breia. E’ stata la sesta edizione di questo Simposio di Scultura, una formula d’arte semplice e genuina ma molto emozionante per il coinvolgimento che crea tra artisti, abitanti e visitatori. In sostanza una ventina di scultori del legno e della pietra – quest’anno erano 26 – vengono invitati e ospitati per una settimana nelle abitazioni, in una sorta di albergo solidale diffuso. Ad ognuno viene dato loro un tronco di legno o un masso dal quale cavare, in otto giorni, un’opera d’arte. Si lavora per strada e nei cortili tra le case, al riparo di un piccolo gazebo e sotto gli occhi meravigliati delle persone che tornano, più volte nella settimana, per vedere come l’artista possa tirare fuori una figura che esiste non solo nella sua immaginazione ma anche dentro alla materia grezza. Il simposio non è un concorso, non ci sono riconoscimenti per opere migliori. Il pubblico può acquistare le sculture e spesso alcune vengono lasciate ad abbellire gli angoli e le vie dei due paesi. Altre opere diventeranno i premi della lotteria che serve a finanziare la manifestazione.

Rinascimento
Gli artisti ospiti di Sculturando arrivano da diverse regioni italiane, un paio provengono dall’Alto Adige, alcuni sono qui per la prima volta, ma molti ritornano e hanno già lasciato qui alcune delle loro opere. Un particolare rapporto lega Cellio con Chemp, il villaggio d’arte valdostano del quale ho già parlato più volte in queste pagine. I celliesi sono andati spesso ad aiutare Pino Bettoni per gli interventi di restauro del piccolo villaggio alpino e lui ricambia con la presenza sua e dei suoi amici Arianna Gasperina, padre Gianni Bordin e altri. A camminare per Cellio e per Breia mi viene in mente la Firenze del Rinascimento, con le botteghe che si aprono sulla via, la polvere e il ripetuto battere, dove l’arte diventa popolare e si confronta con la gente. Si discute sulla sfortuna del mio amico Bettoni che dopo una giornata a sgrossare il suo tronco, se l’è trovato marcio nel mezzo e ha dovuto ricominciare da capo. Si consola la bella Lara Steffe che ha dovuto ricomprarsi al volo alcuni dischi diamantati, martoriati da una pietra troppo dura. Alla sera tutti si ritrovano nei diversi appuntamenti gastronomici che le Pro Loco e associazioni locali organizzano, come quella al Circolo della Società Operaia di Cellio alla quale ho avuto la fortuna di partecipare.

Arte valsesiana
E’ proprio questa convivialità tra la vita di tutti i giorni e l’arte che sorprende per chi arrivato in quei giorni a Cellio con Breia. Ma a ben guardare non c’è da stupirsi più di tanto, i valsesiani sono abituati a convivere con le espressioni migliore dell’arte della loro terra. Gaudenzio Ferrari è nato proprio qui sotto, a Valduggia, e nella chiesa parrocchiale di Cellio si trova una delle opere più belle di Tanzio di Varallo, il “San Carlo in processione con il Sacro Chiodo”, pala del 1625 “potente e bellissima dai toni caravaggeschi”, come viene citata dalla critica.
Nella chiesa di Breia ho visto il “Salvatore con S. Giovanni Battista”, affresco di Lorenzo Peracino del 1761, dalla fortissima illusione ottica che lo fa sembrare una statua e non un dipinto. Ho saputo una bella notizia: si sta lavorando al recupero del piccolo e nascosto oratorio di san Jacu Pitu, con preziosi affreschi del XV secolo che ricordo bene d’aver visto anni fa con il DocBi. La tradizione vuole che la cappella si trovi sul percorso verso Santiago di Compostela.

RIFUGIO SAVOIA Colle del Nivolet, Valsavaranche (AO) tel. 0165 94141 – 0165 95272
Il rifugio si trova a 2534 metri di altitudine nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, dopo aver percorso la strada a tornanti che sale da Ceresole Reale. E’ la prima volta che arriviamo in auto in un rifugio, prenotiamo il pranzo e iniziamo il nostro cammino. In quarantacinque minuti siamo ai 2701 metri del Lago Rosset, attorno a noi un caleidoscopio di colori che vanno dal fucsia del trifoglio alpino al giallo del doronico, dal blu acceso della genzianella al rosa dell’androsace alpina, per dire solo di alcuni. Giriamo attorno al lago, calpestiamo la neve, alziamo lo sguardo verso le cime, purtroppo coperte di nuvole: dal punto in cui l’erba verde viene sostituita dalle pietre il paesaggio diventa lunare. Non ci sono rumori, movimenti o versi di animali, rarissime persone in lontananza e il silenzio dei cellulari per assenza di campo. L’aria è frizzante, ci copriamo per scendere al rifugio che ci accoglie con il tepore della sala da pranzo. Il locale è pieno di gente ma veniamo serviti subito, appena il tempo di scambiarci le impressioni soddisfatte della nostra gita. Non sappiamo che il bello deve ancora venire e non c’entra il ricco menù (antipasti vari, polente in tutti i modi, pasta, minestrone, bistecche, verdure, formaggi, dolci e frutta) dal quale scegliamo due polente conce, due antipasti misti (affettati, torta salata, giardiniera piemontese, insalata russa e dadini di mele con formaggio), due dolci e le bevande: le porzioni sono abbondanti e i cibi gustosi. Il conto sarà di 15 euro a testa. Dopo pranzo facciamo una lunga passeggiata sulla poderale che va in direzione del versante valdostano, ci sono tante buche scavate dalle marmotte, anzi ci accorgeremo presto che ci sono tante marmotte: prima una in mezzo al prato, poi un’altra che attraversa piano la strada forse per non risultare mossa nelle fotografie ed altre ancora. Poco più in alto una di dimensioni notevoli appollaiata su una roccia lancia il suo fischio e poco dopo vediamo arrivare due piccoli che la seguono, un po’ incerti nell’attraversare il ruscello al di là del quale lei li aspetta. E’ uno spettacolo dolcissimo, forse superato solo da quello che stiamo per vedere. Una coppia di marmotte, senza badare a noi, sembra che inizi a bisticciare; una se ne va, l’altra la segue, poi qualche altra scaramuccia, un’altra fuga e infine la scena che valeva il viaggio: si alzano entrambe sulle zampe posteriori, avvicinano i loro musetti e a noi sembra che si scambino un tenero bacio. Vi ricorda qualcosa? Non abbiamo visto gli stambecchi, torneremo.

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