Dietro l’angolo di casa. Turisti per caso… o quasi. Per vedere se il mondo è lo stesso

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Che strana sensazione, mi verrebbe da dire grazie Covid. Ma davvero non se lo merita e non lo dirò. Cosa è successo? La penultima domenica di maggio era di fatto il primo giorno, dopo quasi tre mesi, nel quale si poteva programmare una uscita senza i vincoli della fase 2, senza certificazioni di sorta, senza la paura del contagio ad ogni angolo.
Per questo abbiamo deciso di fare i turisti a casa nostra, o meglio nell’Oasi Zegna, la montagna dietro casa. Ma abbiamo anche deciso di vivere questa giornata come se si andasse in un luogo nuovo. Magari conosciuto – ma non più di tanto – per vedere se il mondo era ancora lo stesso di prima.

Invito a nozze
Mi succedeva, quando si andava in giro in qualche città d’arte o località di mare mai visitata prima, di avere voglia di alzarmi presto e uscire dall’albergo di primo mattino per scoprire subito le bellezze del posto. L’ho fatto anche domenica a casa, scoprendo con piacere che non si doveva neanche pagare il conto…
La giornata è bellissima, e ci troviamo a viaggiare lenti con l’auto, a guardarci attorno con curiosità, a cercare le certezze che sappiamo esserci ma che avevamo dimenticato in fretta, nell’oblio dell’emergenza. A cinque chilometri da casa, sui tornanti della Panoramica, abbiamo già le prime certezze, con cartelli turistici studiati ormai una vita fa. E la meraviglia della fioritura!
Avete presente un corteo nuziale, davanti ad una cattedrale, con i paggetti che spargono petali di rose? Fatevi un giro in questi giorni in Panoramica Zegna, prendetelo come un invito a nozze, vi sentirete sposi…
I muri a bordo strada, verso monte, sono come enormi vasi che contengono i rododendri che straboccano e i loro petali, dal lilla al rosso, si posano a terra ad ogni sospiro di vento o spostamento d’aria per il passaggio delle vetture.

Il taglio della torta
La conca tra i primi tornanti è quest’anno un tripudio unico, non ne ricordo una versione migliore. Dall’esterno i colori sembrano amalgamarsi, ma da vicino ogni pianta ha un suo perché di sfumatura, diversa da quella vicina. Originaria dell’Himalaya, la pianta di rododendro ha trovato qui, come in Burcina, l’ambiente ideale per riprodursi.
Dopo il tornante di Bellavista, ai piedi del pascolo della Cascina Pilota, i colori sono di una vivacità disarmante. La macchina fotografica fatica a coglierne l’intensità, tanto meno il profumo e l’emozione che si prova, semplicemente risalendo a piedi quel breve tratto di strada.
Non fai tempo a riprenderti che sei in alto, quasi alla Bocchetta di Margosio. Dopo le goffe antenne, ti pregusti lo spettacolo del Monte Rosa, quasi a dire chissà se c’è ancora.
E se vale ancora la metafora della cerimonia nuziale, beh, qui è come essere al taglio della torta!
Si riguarda il panorama, a controllare se ci sono tutti. Il Mont Nery a sinistra, la Cima di Bo, il Rosa e le vette svizzere, il Monte Barone, nobile sentinella d’Oriente.

Assembramenti bestiali
Bielmonte sonnecchia, come una pigra badante in attesa che si svegli il mondo. E noi scendiamo verso il Bocchetto Sessera, che invece è già in preda ad una movida a quattro ruote, con tante paia di gambe che vanno a ventaglio verso l’Alta Valsessera.
Scampati questi primi assembramenti, verso la Cascina Lunga ne troviamo due di bestiali. Il primo è formato dalle mucche e dai cavalli del Ferrero. Hanno fatto la transumanza stanotte, ora si riposano un attimo, assaporando l’erba nuova. Ma già pregustano quella di Monte Cerchio, dove arriveranno prima di sera.
Poco lontano, al piazzale di Cascina Lunga, il gregge del Franco Machetto si sta togliendo l’abito invernale. In un recinto ci sono le pecore da tosare, dal lato opposto quelle tosate con gli agnellini… nudi che si scaldano vicino alle madri. In mezzo il tosatore, velocissimo, due minuti e la pelliccia intera, come fosse conciata, finisce nei grandi sacchi.

Boie faus
Dalla Cascina Lunga parte il Sentiero dei Narcisi che porta al Musin. E’ uno degli alpeggi più belli del Biellese, il suo pascolo sale tranquillo e morbido (“musin” in dialetto) fino al Monticchio, dove si toccano i territori di Campiglia Cervo, di Sagliano e di Veglio.
I narcisi ci sono, anche se ormai in fase calante. Da lontano c’è ancora l’effetto neve, ma in realtà i fiori si dispongono ben distanziati, vien da dire per decreto naturale, tanto che si passa senza calpestarli. In compenso si pestano un numero impressionante di piccole boie, non sono carabi Olimpia, ma iridescenti uguale.
Lasciate le baite dell’alpeggio, si sale verso la Colma Bella, la facile e ondulata dorsale che separa la Valle Cervo dall’Alta Valsessera. C’è molta gente che va e viene, si rimettono le mascherine, e per fare la foto alla Pera Furà ci manca solo l’addetto a vendere i biglietti o a ordinale la fila…

Il Nautilus
Quel famoso pertus roccioso mi aveva impressionato fin da bambino. Mio padre, che passava da giovane le sue estati alla vicina Alpe Artignaga con le mucche di famiglia, mi aveva accompagnato qui alcune volte. Io vedevo quelle rocce come il profilo del Nautilus, visto in disegno sui libri di casa, ed essere in cima a quel monte è ancora oggi per me come essere in fondo al mare.
Tira aria nel pertugio, e giungono fastidiosi i rumori delle moto che scambiano la Panoramica per una pista di gara, con poco rispetto per gli altri. Di fatto quel rombo non è mai mancato, per tutte le tre ore che sono rimasto alle falde del Monticchio. “C’eravamo illusi…”, mi diceva pochi giorni fa Carlo Dionisio a Forgnengo, paesino della Bürsch violato in mezzo dalla strada “…per due mesi era il torrente, gli uccelli, il bramito dei cervi. Ora è come prima”.

Il Traguardo della Galleria
Scesi dalla Colma Bella, non lontano dalle baite del Musin, sono tornato a cercare il Traguardo della Galleria. Indicatami nel 1995 da Orazio Boggio Marzet, era quella roccia il punto preciso per vedere in asse la Galleria Rosazza, sul versante opposto della Valle Cervo. Mercoledì 9 luglio 1997, cento anni giusti dalla costruzione della galleria, avevamo fatto passare la luce del sole attraverso la montagna, riflessa dagli specchi che avevamo posizionato qui al Musin e lungo la pista Busancano, sopra Oropa, nel luogo dove la linea immaginaria, passata per il tunnel, andava a morire sotto il Mucrone.
L’esperimento, dopo alcuni tentativi a vuoto, riuscì per qualche attimo, quanto bastava per scattare la foto che vedete in questa pagina, dove dalla galleria esce un lampo a forma di stella. Ora, sono ben convinto che quello è l’effetto tecnico del diaframma della mia Nikon F3 di allora, ma lasciatemi pensare anche altro: la stella a otto punte è il simbolo del Santuario d’Oropa!

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