Emergenza Coronavirus. Andrà tutto bene, se ne saremo capaci

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Ring the bells that still can ring…
Non ho mai sentito tanta musica come in questa sessantena. Mentre scrivevo, mentre scappavo nei boschi, mentre non facevo nulla. Ma è una, una sola, la canzone che continua a rinvenirmi, come i peperoni dopo cena. S’intitola Anthem (Inno) ed è di Leonard Cohen, un cantore antico, un poeta vero:“Suona le campane che possono ancora suonare… c’è una breccia in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce”.
Ecco, la luce. C’è un’aurora dopo ogni notte. Si vede o no, questa luce in fondo al tunnel? Si, si vede, ancora lontana. Ma spero che con la fase 2 non riprenda anche il cantiere che sta allungando la galleria…

Immagini sperse
Cosa mi rimane di questi due mesi? Tante frasi confuse, senza ne capo, ne coda, silenzi nuovi e suoni vecchi, ma con toni diversi, come la sirena della Botto che si lamentava a vuoto per due volte al giorno. Il mio confino nello studio con la baita irraggiungibile, confinata nel desktop del Mac. La RSA con parenti e persone amiche blindata per tempo, quando ancora non si capiva il perché, a guardar bene forse il posto più sicuro del paese. In tv dove tutti dicono tutto e il contrario di tutto, mentre su whatsapp la frase più scritta è “ah,ah,ah,ah!” dopo una scemata di video. La zia novantenne che fatica a respirare, arrivano a prenderla i marziani in bianco e venti giorni dopo mia cugina che se la va a riprendere, perché in ospedale non le lasciano fare le parole crociate. Dove si trova la retromarcia? Non so più guidare. La fabbrica dei Reda senza i vapori del mattino, ma con la scritta “il cambiamento è inevitabile”, come faceva a saperlo? Chiusi fuori casa con la chiave all’interno della toppa e un portone di garage mezzo smontato per entrare. La pantegana venuta a morire vicino alla nostra tampa. Un capriolo nel bosco che ti guarda, aspettando che tu scappi. La casetta di mio nipote sull’abete, con i ghiri che fanno tana nel cesto delle coperte.

Rispetto reciproco
All’inizio di marzo, mentre noi s’era ancora vicini vicini, il bosco aveva la faccia grigia e gli alberi erano in distanziamento naturale. Ora noi ci evitiamo – come la peste, verrebbe da dire – mentre il bosco si è congiunto in un infinito amplesso verde.
A quanto pare la natura ha reagito molto meglio di noi all’emergenza, ammesso che se ne sia accorta. Credo che queste settimane ci abbiano mostrato, in modo ancora più evidente, che il nostro pianeta non può essere un insieme di risorse da sfruttare senza limiti. Dove gli alberi cadono per le tempeste o muoiono per gli incendi, dove si cola cemento, dove si distrugge la fauna, i germi del luogo prendono a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie e vengono a cercar posto dentro di noi.
Un amico biellese, Pietro Ostano, ha scritto una cosa bellissima: “Ora che abbiamo visto quanto male faccia stare lontani da Natura, da noi stessi, ricordiamocene ogni giorno. Ricordiamoci di spendere del tempo con essa ogni giorno, esplorandola come fossimo bambini e non l’avessimo mai incontrata prima. Rispettiamola, perché è primo modo che abbiamo per rispettare noi stessi”.

La Restanza
Pietro è un giovane “restante”. Si è contaminato in giro per il mondo, osservandolo e viaggiando in modo lento, ha assimilato concetti. Ma poi è tornato a vivere nella piccola valle alpina dove aveva le radici e sta rielaborando quello che ha imparato. Questa è appunto Restanza, espressione della quale avevo scritto mesi fa. E’ un pensiero dinamico e creativo, che vede l’atto del rimanere o del ritornare come una scelta di coraggio, mossa dalla volontà di prendersi cura dei “nostri” luoghi.
Il professor Vito Teti, antropologo calabrese, a proposito di Restanza scrive “Chi decide di restare, rinunciando a recidere il legame con la propria terra e comunità d’origine non per rassegnazione, ma con un atteggiamento propositivo, compie una scelta consapevole, etica e moderna. Una nuova comunità è possibile e auspicabile là dove esisteva quella vecchia, compiendo un atto di rigenerazione e condivisione dei luoghi. Per fare con i rimasti, con chi torna, con chi arriva, piccole utopie quotidiane di cambiamento”.

Speranza
Già, il cambiamento. Quello che stiamo passando è un cambiamento non voluto, che deve insegnarci qualcosa. Se non impareremo niente avremo sprecato una grande occasione.
La lontananza sai è come il vento, spegne i fuochi piccoli ma accende quelli grandi, diceva Modugno, rieccola una canzone. E il vento della lontananza ha portato vicino delle voci lontane. E le abbiamo ascoltate con più attenzione. Amici, parenti, persone che non si sentivano da tempo sono tornate, anche in volto, non solo in voce, grazie alle videochiamate.
Poi è arrivato anche il tormento di amici che non hanno potuto accompagnare i loro cari al cimitero o che non hanno potuto pregare insieme ad altri. In conclusione, non ho idea di cosa ci aspetta nel futuro anche prossimo, ma so che devo imparare da quello che accade.
Ho speranza che il modello di vita di comunità che abbiamo riscoperto non sia solo un attimo fuggente, ma ho anche timore che la voglia di riprendersi quello che abbiamo perso, in particolare per quanto riguarda le economie, possa vanificare presto questo desiderio.

Torneremo?
In questo tempo ho riordinato soffitte, svuotato cantine, e… porcilaie, ritrovato oggetti e affetti dimenticati, ho visto cose che noi umani non potevamo neanche immaginare… pardon, questo è un film, non una canzone. Ma è stato bello vedere il cielo di Milano senza la solita cappa gialla, la piazza del paese quasi senz’auto e il solito suv nero non più posteggiato in divieto davanti al bar.
Torneremo a legare fili alle code delle libellule, di color giallo ai panaté, di color rosso ai carabiniè? Riprenderemo ad arrampicarci sugli alberi, a camminare a piedi nudi su sentieri di natura, a inseguire farfalle per vederle da vicino, a risentire i grilli, a rimanere svegli per osservar le stelle, a guardare la neve che cade con il naso appiccicato ai vetri della finestra?
Non lo so, ma mi piace pensarlo. E talvolta l’attesa della felicità vale quanto il suo raggiungimento.

Finale
Ho raggiunto le seimila battute. Devo chiudere la pagina, come? Ora posso dirlo, siamo scappati più volte per i sentieri fuori casa in questi due mesi, verso la Brughiera e la Poala. Nei pochi tratti di strada aperta si stava attenti a sentire se arrivavano auto, forse i carabinieri, pronti a nasconderci dietro un muretto o un albero. Avete presente Benigni che cerca di sfuggire al faro nazista? Noi uguale. Ecco un’altra canzone che mi rinviene sempre: Beautiful that way, nella versione di Noa.
La vita è bella.

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