Emergenza Coronavirus, il senso di una comunità

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Chissà perché, ma il foglio sul quale sto per scrivere oggi mi sembra bianco che più bianco non si può, nemmeno con il candeggio, come diceva una vecchia pubblicità. Subito avevo pensato di adeguarmi alla moda, anche televisiva, cioè raccontarvi come si vive agli arresti domiciliari in casa propria. Poi mi sono reso conto che la mia situazione era particolarmente fortunata, e per rispetto a molta altra gente che sicuramente soffre disagi – di solitudine, di affetti lontani, di problemi di lavoro – ho pensato che non era il caso di parlarmi più di tanto addosso.

88+88 passi
Allora, per tener fede alla mia voglia di camminare, teorizzata dallo slogan “Salute in Cammino, diecimila passi per stare bene” proposto dalla nostra ASL, ho pensato di raccontarvi la passeggiata che faccio ogni giorno senza uscire dai confini della proprietà. Ottantotto passi, non uno di più, non uno di meno, più altrettanti per il ritorno. Di solito nel primo pomeriggio. Sono quelli che mi servono per portare l’umido al composter naturale che si trova ai piedi del muro che sostiene l’orto.
Il composter è fatto da quattro assi che sostengono un paio di metri quadri di terra. Spostandola periodicamente a destra e a sinistra, ottengo l’humus che poi disperdo nell’orto sopra e nel prato sotto. Nel prato passa un sentierino che subito si infila nel bosco e che si perde verso la Brughiera. Volendo potrei evadere per chilometri, senza tema di essere scoperto. Ma al posto del richiamo della foresta, c’è il sollecito di mia moglie che ha bisogno di un pezzo d’orto rivoltato. Confesso che lo zapping mi viene meglio con il telecomando che con la vanga…

Le voci della borgata
Ma quante cose in quei centosettantasei passi! Le primule bicolori appena spuntate, la vite che ho potato male e che piange dai tralci mozzati, i broccoli da raccogliere altrimenti la verdura non c’è, la Simply tra le gambe, momenti gatta mi fai cadere!
Anche rumori nuovi, forse c’erano ma non ci facevamo caso, come i grilli nel giardino del vicino, il robot del Filippo che ronza nel prato a tosar l’erba, lo stridere dei rulli poco oliati del Mamo che pedala in terrazza.
E poi le voci della borgata. Il Gian che pianta le patate fischiando e il Mario che sentenzia tanto non nascono, la Cris che urla Agnese dove sei a quella meravigliosa peste della sua bambina, si sentiva solo al sabato, ora più volte al giorno. Il Piero che non fa tempo a lamentarsi perché non può andare ad acquistare le sementi e il premier Conte che lo accontenta subito riaprendo i garden, il piccolo Alex con la vestimenta verde-arancio dell’OasiZegnaMtB che si fa trenta giri di corsa intorno alle case, il Riki appeso alla ringhiera come un babbonataledabalcone per non perdere tono muscolare che gli serve per arrampicare…

Certezze affettive
Dice Carlin Petrini “nei tempi di crisi dobbiamo ripartire dalle comunità. Solo loro hanno la certezza degli affetti e della solidarietà reciproca”. Ecco, nella mia borgata il senso della comunità resiste e in questi giorni sembra riemergere più forte che mai.
Era successo già dopo il 1968, quando si era andati in squadre a riscostruire i ponti e i sentieri verso le nostre cascine, distrutti dall’alluvione. Era successo anche dopo il 1980, quando ci siamo messi in tanti a realizzare il Presepe Gigante, ognuno per quel che sapeva fare, chi le strutture con i legni recuperati, chi a cercar abiti, chi a realizzare le teste.
Così succede che ci si aiuta, basta un giro di uotz-app e spuntano mascherine fatte in casa, ma in cambio ti ritrovi una scodella di mac, o mactabi, fatto dalla Dina con riso, latte e castagne secche. E solo lei sa cosa le sono costate quelle castagne raccolte dietro casa, nel prato ripido che guarda a Capomosso. Tre mesi di ospedale e altrettanti di convalescenza, per via di un maledetto ruzzolone!

Karaoke manzoniano
Se poi vado a camminare nei duecento metri concessi dal decreto presidenziale, scopro tante di quelle cose che avevo sotto gli occhi tutti i giorni. Ma non avevo gli occhi giusti per osservarle.
A cominciare dalle bellissime piastrelle in ceramica, disegnate dall’Angela, che identificano i nostri cantoni. Nella borgata ci sono due lavatoi e tre fontane in pietra, su una di queste è inciso l’anno 1882. Cent’anni dopo, il 27 giugno 1982, abbiamo fatto la Festa dell’Acqua, con un pranzo di tutti i frazionisti all’albergo La Sella e una serata di musica nel cortile di Ca ’d Persia. A suonare la fisarmonica c’era Omar Gioia e io proiettavo sui muri i testi delle canzoni, per far cantare tutti. Era il karaoke, ma non lo sapevamo.
Se vado verso monte, oltre il parco giochi, tra le villette a schiera resiste una vecchia cascina, già segnata con il nome di Ca’ Regis nella mappa napoleonica Ruben-Bussetti.
La tradizione vuole che quella costruzione, che ha davanti un cortile chiuso da alte mura, abbia ospitato un lazzaretto nel 1630, cioè il luogo di confinamento e di isolamento per i malati di quella peste, ben raccontata da Manzoni ne “I promessi sposi”. Fino ad un mese fa era solo una nota di storia, oggi fa un certo effetto.

Odissea casalinga
Ieri mia moglie è arrivata in salotto consegnandomi quella inutile scatola di fiammiferi svedesi che abitualmente vedevo nel bagno, in un ripiano ingombro di ogni sorta di scatolette, astucci, botticini e bombolette. “Non so più dove metterla”, mi dice. Cerco di capire quello che è successo e dopo una laboriosa indagine riesco a ricostruire il fatto.
Come in tante case di questi giorni, si fanno le pulizie forzate di primavera. Per esigenze di spazio, decidiamo di spostare un armadietto, che abbiamo in un locale al pianterreno, nel piccolo servizio che si trova al primo piano. Dove abbiamo sistemato l’armadietto c’era la lavatrice, che è ritornata nel bagno grande, dove si trovava un tempo. Nel bagno grande, la lavatrice ha preso il posto di un mobiletto a colonna, che, a sua volta, è andato ad occupare l’angolo che fino ad un attimo prima era di esclusiva competenza del casco asciugacapelli, con relativo sgabello.
Il casco è finito al posto del porta-biancheria sporca, alla sinistra del lavabo, ma lì c’era il cestino dei rifiuti che, suo malgrado, è andato a portare via il posto, alla destra del lavabo stesso, alla bilancia pesa-persone. Cacciata di peso (…) la bilancia è andata alla sinistra del water dove, guarda caso, c’era lo scopino che discretamente è passato dalla parte opposta, dove però imbroglia il porta-rotolo, causando lo spostamento del medesimo a sinistra, sopra la bilancia. Qui c’era uno spray deodorante con supporto adesivo per piastrelle, che ha trovato posto sul ripiano, non senza causare, sul ripiano stesso, una cruenta rivoluzione che si è conclusa, per farla breve, con una scatola di fiammiferi svedesi che cresce. Penso che la rispediremo oltre Baltico…

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