In margine all’alluvione. Le Alpi: frontiera o cerniera?

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Le drammatiche conseguenze del disastro ambientale di una settimana fa mi hanno fatto tornare in mente le immagini e i ricordi dell’alluvione del 1968. Stessa notte a non dormire, con un’alba che sembrava non venire mai e che quando è arrivata aveva la luce giallastra e fangosa della paura. E subito tutti a cercare cause e colpevoli. Non sono mai stato bravo a fare questo, a seguire comode retoriche. Ascolto tutto e leggo tutto in proposito e poi cerco di avere una mia idea. Ho pensato di trasmettervi le mie riflessioni, senza pretesa di essere nel giusto.

“La indignazione superficiale e la ricerca di facili colpevoli per gli fatti di queste ultime ore – evidenzia Giampiero Lupatelli, economista territoriale – è la risposta degli sciocchi ad eventi che hanno radici complesse, a partire dal cambiamento climatico indotto dal riscaldamento globale”.

Frammentazione e non gestione
“Cambiamenti climatici e abbandono dei territori montani sono le cause primarie di quanto avvenuto in Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e versante francese delle Alpi Marittime. E purtroppo rischia di succedere nuovamente. Il dissesto si origina da foreste non gestite, non pianificate, che non drenano più: Versanti troppo carichi, foreste non certificate, boschi d’invasione. E ancora, proprietà troppo piccole, parcellizzazione dei fondi che poi sono abbandonati”.

Questo è una parte di un documento pubblicato domenica scorsa (dopo il disastro) da Uncem, unione nazionale comuni, comunità ed enti montani. Che continua “Occorre intervenire per facilitare il recupero di superfici agricole, per superare la frammentazione fondiaria con le “associazioni fondiarie”, per dare forza e attuazione alla Strategia forestale nazionale”.
Condivido molto. Ho la “fortuna” di possedere 28.000 mq di terreno nel vallone della Poala, tra Mosso e Veglio, ora tutto boscato ma un tempo coltivato a prato e falciato. Con tanto di bella cascina andata distrutta completamente con l’alluvione del 1968. Non riuscirò mai a gestire quel bosco, ad esempio per ricavarne legna da ardere, se non in associazione con i proprietari vicini, anche soltanto quelli su cui corre il sentiero che arriva da me.

Il patrimonio dei muretti
Uncem segnala poi la necessità di agevolare chi vuole reinsediarsi nelle terre alte, recuperando attività agricole e zootecniche sui versanti “…sono loro, questi reinsediamenti, il primo antidoto ad abbandono e fragilità”. Interessante, tra l’altro, il riferimento alla rigenerazione dei muretti a secco, oggi in abbandono ma inseriti nel 2018 dall’Unesco nella lista degli elementi immateriali dichiarati “Patrimoni dell’Umanità”.
Vorrà pur dire qualcosa questo, visto che nei miei giri di questa estate nei sentieri di casa ho visto decine di questi piccoli cedimenti nei muretti. E proprio li si sono incanalate le piogge, andando a creare torrenti nuovi a valle e provocando le frane.
Allora ho provato a ricercare le cause storiche di questa situazione, quelle stesse motivazioni che mi hanno portato nel mese scorso a raggiungere quel passo svizzero “al centro delle Alpi”, descritto nella mia pagina di venerdì scorso.

Muretti a secco in Valle del Cervo.

Le Alpi uniscono o dividono
Storicamente le catene alpine non sono mai state una frontiera. Celti e salassi prima, romanci, walser e occitani poi, hanno colonizzato e abitato i due versanti delle Alpi. “Basti pensare alla transumanza che, eludendo lo spartiacque, barattava con i poteri locali l’uso dei pascoli più favorevoli nelle varie fasi dell’estate, alla ricerca dell’erba migliore per gli animali”. Lo segnala Enrico Camanni nel suo straordinario libro “Storia delle Alpi”, pubblicato nel 2017.
La barriera delle montagne non costituiva, fino al XVII secolo, un motivo valido per la creazione di frontiere e confini politici, anche se nei punti più stretti e difendibili si costruivano fortificazioni, come a Bard o Fenestrelle. Ad esempio, solo nel 1659 venne trasferita sulla cresta spartiacque dei Pirenei la frontiera tra Francia e Spagna, dividendo in questo modo la Catalogna storica, che includeva la regione di Perpignano, oggi francese. Sulle Alpi, un primo riposizionamento delle frontiere arriverà più tardi con il Trattato di Utrech (1713) con gli apparati militari che vedevano con favore la definizione dei “confini naturali e strategici”.

La dottrina delle acque pendenti
In questo modo la catena alpina diventò una barriera letale per i popoli alpini, ma militarmente viva e difendibile. Così le nazioni si appropriarono “di tutte le acque che scorrono a valle”. Il centralismo burocratico delle capitali vanificò poi l’antico ruolo delle comunità alpine, relegando la montagna alla “periferia” dello Stato. Da Susa a Torino, da Torino a Roma., e da Briançon a Grenoble, da Grenoble a Parigi.
E’ questa la cosiddetta “dottrina delle acque pendenti” ben spiegata dall’antropologo Annibale Salsa nei suoi libri. Ho il piacere di aver conosciuto Salsa nella sua qualità di ex presidente generale del CAI e di averlo ascoltato lo scorso anno a Biella. Sicuramente parlerà di questo anche il 23 ottobre, ore 20,30 al Teatro Giletti di Ponzone Biellese, nell’ambito dei Venerdì Letterali della Finestra sull’Arte.
Un esempio perfetto di questo è la storia della nostra Regione, stato “sabaudo” che fino al 1860 Savoia e Piemonte. In quell’anno, appellandosi alla dottrina delle acque pendenti, Napoleone III rivendicò il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza quale compenso per l’aiuto fornito nella seconda guerra di indipendenza: le Alpi occidentali, divise dalla linea dello spartiacque, diventarono frontiera.

L’esempio svizzero
Quello che è successo a occidente, non è successo nelle Alpi centrali dove corre – ma non tutto sullo spartiacque – il confine con la Svizzera. Questo stato confederale, nato nel 1291 dalla rivolta dei montanari contro i balivi absburgici, ha mantenuto il controllo dell’area montana nel territorio alpino: nei Grigioni il comando è a Coira, nel Vallese a Sion, nel Canton Ticino a Bellinzona.
Ed è significativo che questa gestione federativa, senza frontiere naturali, sia avvenuta in una nazione che ha lingue e religioni differenti, grande diversità di costumi e – come ho scritto venerdì scorso – ha versanti dove le “acque pendenti” vanno su tre mari ben diversi e lontani.
Venendo all’attualità dei nostri disastri, non ho prove precise ma il maltempo ha fatto danni nel basso e nell’alto Piemonte, nell’alta Lombardia occidentale ma pochi nel Canton Ticino, dove la gestione della montagna è ben diversa. Napoleone Bonaparte – rinforzando il modello federale anziché andare a smembrarlo con l’occupazione – nel 1802 ebbe a dire “La Svizzera non assomiglia ad alcun altro Stato e la natura ha fatto del vostro Paese uno Stato federale; volerla vincere non è da uomo saggio”.

Appenzell, in Svizzera, esempio di gestione del territorio.

Senza pregiudizi
Con questo non voglio rivendicare autonomie che culturalmente non mi appartengo, almeno per gli ambiti dove il senso della Nazione ha il dovere di imporre una strategia alta e condivisibile, ma non posso fare a meno di rilevare che le nostre Regioni autonome delle Alpi hanno potuto lavorare bene e meglio di altre per quanto riguarda la gestione del territorio.
Ci sono segnali che sembrano andare verso un ritorno a una nuova residenzialità nelle terre alte, con prospettive di lavoro per i giovani nei settori tradizionali, rivisti con metodi e tecnologie moderne.
La mia speranza è che nelle Alpi si ritorni ad abitare senza pregiudizi, per farle tornare una cerniera aperta e permeabile.

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