In volo sul lago Maggiore, tra mancati scenari di guerra e voli d’angelo

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Questa mi mancava. Volare a pancia in giù per un minuto e mezzo, attaccato ad un cavo d’acciaio, sospeso su di una valle alpina. Tranquilli, mi sono limitato ad osservare alcuni ragazzi che lo facevano, non ho più l’età per questo, ma anche l’avessi…
Però posso raccontarvi l’emozione di chi l’ha fatto, nello sfiorare gli alberi in partenza, nel prendere velocità e vedere sotto la terra che si allontana, e ritrovarla alla fine dei 1800 metri di volo. C’era chi urlava, chi salutava gli amici all’arrivo, chi l’ha fatto con la mascherina. Non per igiene, ma per evitare di ingerire moschini…

Mandarsi sul filo
Questa è la Lago Maggiore Zipline, una moderna attrazione turistica sulle alture dietro Verbania.
La valle dove si trova si chiama Intrasca e verde è il colore che domina in questa stagione. L’Intrasca separa il Lago Maggiore dal Parco della Valgrande, una delle aree selvagge più grandi d’Europa, simile alla nostra Alta Valsessera, ma dove l’intervento umano è stato molto meno invasivo.
Chi vuole provare il brivido del “volo d’angelo” deve raggiungere i 960 m di altitudine dell’Alpe Segletta, nel comune di Aurano, dove è situato l’arrivo. Con la navetta viene portato al Pian d’Arla, a 1307 m, e da lì spicca il volo, fino a raggiungere la velocità di 120 km all’ora.
Chi pensa che questo tipo di attrazione sia un’invenzione recente si sbaglia. Credo che qualche mio zio o parente l’abbia fatto qualche volta nella prima metà del secolo scorso. Succedeva in montagna durante le attività di taglio del bosco. La legna tagliata veniva fatta scendere a valle tramite teleferiche improvvisate, lunghe anche centinaia di metri. Si faceva un fascio di pochi tronchi, oppure uno solo se era pesante, si appendeva al filo tramite rotelle, e via.
Alla fine della corsa, con l’accompagnamento di un sibilo sempre più vicino (che ho ancora nelle orecchie pur avendolo sentito poche volte), il carico arrivava alla batùa finale, il cavalletto di fine corsa, dove andava a sbattere contro alcuni copertoni messi lì apposta.
Ma non era raro che l’addetto alla partenza decidesse anche lui di “mandarsi sul filo” – si diceva proprio così – per risparmiarsi il tempo della discesa a piedi. Lo faceva semplicemente legandosi ad una rotella con un improvvisato imbrago di corda, tenendo in mano un ramo tagliato ad uncino che usava come freno per rallentare la corsa nel vuoto.

La Linea Cadorna
Per completare la mia domenica sul lago, restando in altura per evitare gli assembramenti sui paesi e sui lidi a filo d’acqua, sono andato a camminare su di una strada spettacolare, costruita poco più di cento anni fa a scopo militare. E’ un tratto della famosa Linea Cadorna, sistema di fortificazioni costruito lungo il confine italo-svizzero tra il 1918 e il 1918, quando si ebbe timore che le truppe austro-tedesche potessero invaderci, passando per la Svizzera.
Per fortuna di tutti, ma con qualche polemica postuma nei confronti del generale Luigi Cardona, il sistema non venne coinvolto da nessuna azione militare, se si escludono alcune occupazioni partigiane di vedetta.
Punto di partenza della mia escursione è stato l’Istituto Auxologico di Piancavallo, grandioso complesso sanitario posto a 1250 metri di altitudine, a venti chilometri da Verbania. Si occupa di assistere persone che hanno problematiche legate ai disordini della crescita, a comportamenti alimentari e malattie metaboliche come l’obesità.
Dalla struttura parte una strada sterrata, perfettamente in piano, che dopo 2,5 km arriva alla base del tozzo Monte Morissolo, la cui vetta è raggiungibile con sentiero in pochi minuti. Tutto qui? E no, il bello non si vede, sta nascosto sotto terra. Ma andiamo con ordine.

Mettete dei fiori…
Il primo quarto d’ora di cammino è fresco, all’ombra di un bosco misto. Non fai tempo ad abituarti al clima che il bosco finisce e la strada, aperta al vuoto alla tua destra, ti presenta un precipizio di oltre mille metri verso il lago. Il panorama ti offre, in una vassoio di profondo blu, la sponda lombarda del Verbano.
Oltre le Prealpi, dal Campo dei Fiori al Monte Lema, le verdi vallate varesine che si susseguono a quinta, confondendosi con quelle ticinesi. Verso sud, lo sguardo sfuma sulle nostre pianure, che però perdono di interesse, a fronte di quanto abbiamo vicino, sotto gli occhi.
Giunti in mezz’ora ai piedi del Morissolo, la strada si ferma davanti all’ingresso di una galleria, con cancellata apribile. Si passa da un paio di brevi gallerie e si entra in un terzo complesso sotterraneo a più rami, illuminato a tempo quel tanto che basta per raggiungere le postazioni sui tre lati del picco roccioso, nelle quali si aprono feritoie per le bocche da cannone.
Uscendo al sole del lago, tra profumi di ginestre e di achillee, vien quasi da rallegrarsi per il fatto che qui non sia successo nulla di drammatico, come nelle gallerie sul fronte orientale della Grande Guerra.

Rifugio Tètras Lyre Le Pont, Valsavarenche (AO) tel. 335 6001921 348 6723645

info@rifugiotetraslyre.it
Tètras Lyre (dal latino Lyrurus tetrix) significa gallo forcello, detto anche fagiano di monte. E’ il nome di questo rifugio – che abbiamo raggiunto in circa 15 minuti a piedi dal parcheggio di Pont dove abbiamo lasciato l’auto – oltre al quale parte il sentiero per il rifugio Vittorio Emanuele II°, posto nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso.  Rupicapra rupicapra è invece il nome scientifico del camoscio che, a debita distanza, ha viaggiato con noi per un tratto del percorso, accompagnati anche dal fischio delle marmotte. Il nostro programma prevede di fare solo una parte del sentiero in direzione del Vittorio Emanuele per raggiungere una delle prime creste, dalle quali osservare il paesaggio della valle sottostante e delle montagne intorno a noi. Camminiamo per circa un’ora su una bella mulattiera lastricata tra larici e belle cascate d’acqua; grazie ai numerosi tornanti il nostro sguardo una volta è rivolto a nord, dove vediamo le cime del Ciarforon e della Becca di Monciair, mentre alla curva successiva scorgiamo in lontananza la catena di montagne a sud, tra le quali c’è la Grivola che abbiamo visto dal piazzale e che qui scompare invece dietro a un costone roccioso. C’è movimento sul sentiero: ogni tanto superiamo o veniamo superati da chi va nella nostra stessa direzione, ma incontriamo anche molti che provengono dalla direzione opposta e che ci danno alcune informazioni utili sul percorso che utilizzeremo un’altra volta per andare a testare la cucina del rifugio Vittorio Emanuele. Oggi per noi, invece, l’impegno a tavola è al Tètras Lyre, che raggiungiamo dopo una veloce discesa di circa mezzora. Il rifugio si trova in un’ampia radura verde dove scorre il torrente ed è contornato da un bosco di larici; è una lunga baita in pietra, in passato adibita a stalla, ristrutturata e trasformata in un accogliente rifugio alpino organizzato per ospitare alpinisti ed escursionisti o anche solo per una cena o un pranzo. Il menu è invitante, ci sono tutti i piatti tipici della cucina valdostana e la carta dei vini è ricca di offerte di bottiglie locali e birre, tra le quali la 150° della Menabrea che sarà la nostra scelta. Dopo il classico tagliere di salumi e formaggi, con un accordo tra i commensali riusciamo ad assaggiare cose diverse così da poter esprimere le nostre valutazioni, tutte positive, su una vasta gamma di piatti. E così via con zuppa valpellinentze, spatzle con speck, noci e panna, tometta calda con patate e mocetta e una saporita fonduta con i crostini; tra i dessert la scelta è caduta su una torta con crema pasticciera e frutti di bosco e su uno strudel con crema alla vaniglia. Con caffè e bevande il conto è stato di 19 euro a testa.

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