Lavori… quasi forzati. Il gabbiotto dei ricordi smarriti

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“Oggi non ho fatto niente. Anche ieri non ho fatto niente, ma non avevo finito”.

Non so voi, ma queste parole che ho rubato a Snoopy mi sembrano particolarmente adeguate per il momento che viviamo. Non so che giorno è oggi, non so cosa sto facendo, ho i bottoni della camicia che tirano. Così porto avanti distrattamente il lavoro in studio – per decreto non potrei farlo – e sempre più spesso – miracolo, dice lei – aiuto mia moglie a rivoltare come un calzino la casa, il giardinetto e l’orto. A fianco del luogo dove un tempo c’era il pollaio, vicino all’orto, si trova un gabbiotto in cemento grande tre metri quadri. Fino a cinquant’anni fa ospitava il nostro mezzo maiale. L’altro mezzo era dello zio e per economia si allevava insieme. Per noi era il trög, o trogolo. Oltre alla porticina principale, il gabbiotto ha ancora il passavivande per il porco, un asse attaccato al muro che si alzava per infilarvi la ciotola con il mangiare.

Poveri senza saperlo
Quando, negli anni Sessanta, le fabbriche tessili della valle cominciarono a offrire lavoro “conto terzi”, le case della borgata si trasformarono in piccole aziende individuali, accogliendo i rumorosi telai e qualche macchinetta di filatura. Per molte famiglie fu una fortuna, ma durò poco. Ben presto iniziarono le crisi cicliche dell’industria laniera e velocemente i saloncini si svuotarono e tornarono a essere garage o locali con altre destinazioni d’uso.
In compenso, questa situazione fece abbandonare le attività rurali che ogni famiglia manteneva in borgata e nelle cascine poco fuori. La doppia economia, di cascina e di fabbrica, che per oltre un secolo ci aveva arricchiti, venne meno. E tutti cominciammo ad essere più poveri, ma senza accorgersene, perché le lusinghe della moderna civiltà compensarono apparentemente quanto avevamo perso.

Le cestine di papà
Così in questi giorni, complice la forzata domiciliazione, con la scusa di fare pulizia sono tornato a tirar fuori tutto quanto era finito nel gabbiotto da decine d’anni, come luogo della rumenta che non si voleva buttar via. Perché ogni oggetto era un ricordo, un affetto perduto, una parola cara. D’altra parte in quel posto viveva il maiale, e anche di quello non si buttava via niente…
Ecco una grattugia per il formaggio, con cassettino di legno, un elegante macinino per il caffè, una geniale trappola per topi in legno, c’è voluto un po’ per capire cos’era, tre fori tondi e delle semplicissime molle metalliche a scatto.
E poi le cestine. Mio padre ha sempre avuto una manualità straordinaria, sia sulle grandi opere che sulle minime cose. Ha demolito da solo la casa vecchia e poi ha tirato su i muri interni, dopo che l’impresa l’aveva ricostruita. Questo come muratore, ma intanto lavorava alla Poala, nel finissaggio, alternando gli orari tra mattino e pomeriggio. Come falegname fabbricava gli arnesi necessari per la campagna, rastrelli e ceste. In pensione si è messo a farli in miniatura, per regalarli a figli e nipoti.
Conservo con affetto alcune cestine con le iniziali GA, dove A sta per Angelo, impresse a fuoco con dei punzoni. Ho trovato anche una serie di denti di legno per cambiare quelli rotti nei rastrelli, ormai inutili e sostituiti dalla plastica o dal metallo. Magari li porto al mio amico cavadenti Carlo Gavazzi, lui che ama come me gli scarti del tempo, forse saprà cosa farne!

Battere la falce
Intanto dal gabbiotto sono saltate fuori le mazze, le punte, i fili a piombo, le cazzuole, i frattazzi e i frattoni. Davvero anch’io non so cosa farmene, proporrò alla Luciana del Presepe Gigante di fare una scena con un muratore al lavoro.
Ritrovo anche diversi arnesi in ferro, alcune morse, uno stendibiancheria a raggera da applicare ai canun della stufa. E poi un oggetto a punta di forma particolare, legato con catena ad un martello.
Serviva il tutto per martlé la ranza, cioè affilare la falce direttamente nel prato. Ho ancora in mente, se vado a cercarlo nei registri della mia memoria, quel cadenzato battere del martello sul ferro. Un gesto che non richiedeva forza, ma precisione e calma. D’altronde era anche un attimo di riposo, seduti a terra, tra un taglio e l’altro.
Il martello ha il manico corto e l’impugnatura vicina alla mazza garantiva un colpo breve e ravvicinato, accompagnato dal minimo spostamento della lama, fatto con l’altra mano. In questo modo si faceva il filo, con l’aggiunta di una leggera incurvatura della punta verso l’alto, per impedire che la falce si piantasse in terra durante il lavoro di taglio.

“Varda l’Angel…”
Il banco da falegname che usava mio padre è ancora al suo posto, nella piccola travà che abbiamo dietro casa. Torna utile spesso, per piccoli lavoretti domestici. Non saprei fare le belle cose che faceva lui e neanche i lavori più impegnativi. Lui alternava il lavoro primario, in campagna, con il secondario, in lanificio. Io sono passato direttamente al terziario!
Ma per via del fatto che i figli, man mano che passa il tempo, assomigliano sempre di più ai padri, quando qualcuno dei conoscenti mi vede al banco dice “Varda l’Angel…”.
Già, Angelo, faceva di nome. Alla nascita, nel 1903, gli venne dato il nome di una sorella dodicenne, Angelina, morta poco prima per una forte influenza virale. Era il sesto di otto figli, nella media di quei tempi, quarto dei maschi. Allora avere figli era una ricchezza, si diceva “che bella famiglia”. Oggi è diverso, a far tanti figli si passa per disagiati.
Vien da dire che il mondo è cambiato. Ma mi sa che cambierà ancora, che ne dite?

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