Montagna biellese. Storie e scherzi di questo stupido inverno

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Si legge da più parti che questo è un pazzo inverno, io preferisco dire che è uno stupido inverno, senza precipitazioni e con un freddo altalenante. Mentre scrivo c’è un bel sole fuori, le montagne sono brulle e arrossate, ma le previsioni dicono che da cambierà. Forse nevica. Forse. Sono questi i giorni della merla e spero che anche il tempo tenga conto della tradizione. Mi manca il bianco della neve, i suoi disagi momentanei, la voglia di camminarci sopra disegnando impronte che si cancellano subito.

Le bestie siamo noi
Nei giorni scorsi ho fatto una bella passeggiata nella nebbia, lungo uno dei percorsi dell’Oasi Zegna, il n. 2 Sentiero delle More. Un’ora andare, in leggerissima salita, un’altra a tornare per la stessa strada. Si parte dal tornante di Bellavista, a mille metri giusti di altitudine sopra Trivero. La bella vista c’è, col bel tempo. Mezza pianura padana, a occidente fino al Monviso e fino al Bernina dalla parte opposta. Con la nebbia posso solo immaginarlo, il panorama, ma non c’è problema. C’è altro da vedere. O meglio, da ascoltare. Le scarpe mordono con un leggero crepitio la poca neve gelata che di tanto in tanto imbianca la pista. Si incontrato poche persone, è già un pomeriggio inoltrato. Di colpo un rumore di rami spezzati, di foglie smosse. Tre caprioli in corsa a 50 metri, appena sopra la strada. Si vedono solo le loro macchie bianche sul sedere, mentre vanno a sparire nella nebbia. Svanisce anche il rumore, ma dopo cento passi ho l’impressione di essere osservato: eccone uno a venti metri, che mi guarda. Gli altri due poco più in alto, un po’ meno curiosi. Ci si studia per qualche attimo, ho la Nikon a tracolla e cerco con affanno di montare il teleobiettivo. Chiaramente, quando rialzo lo sguardo non vedo nessuno, né sento rumori. Il bosco è loro, noi siamo gli intrusi.

Cannonate sul Massaro
Sono sulla costa che scende dal Monte Massaro, una delle cime del Monte Rubello, e non si può fare a meno di pensare alla vicenda di Dolcino e ad alcuni episodi che la riguardano. Proprio in queste balze ricordo di aver cercato inutilmente, negli anni Settanta dello scorso millennio, la caverna dove si diceva che l’eretico avesse nascosto il suo tesoro. E mi tornano in mente le parole, negli stessi anni, di una anziana signora ospite della Casa di Riposo di Mosso che ricordava di essere stata presente alla distruzione dell’obelisco eretto nel 1907 sulla cima del Massaro. Era l’agosto del 1927 e alcuni militari fascisti si trovarono, armati di mortaio, nei campi di Oretto, frazione di Mosso, dove era posto il poligono per le esercitazioni di tiro. L’obelisco si trovava ad oltre due chilometri di distanza e ad una maggiore altitudine, ma bastarono pochi tiri di aggiustamento per sparare la cannonata buona e distruggere un manufatto alto 12 metri. Sullo stesso basamento venne poi posata nel 1974 una stele, per iniziativa di Gustavo Buratti.

L’oro di Dolcino
Un altro ricordo legato al precedente e che mi riguarda personalmente risale al 1993. Avevo saputo che alcune persone, con tanto di metal detector, andavano pure loro alla ricerca del presunto tesoro di fra Dolcino. Pensai allora di falsificare un interessante documento storico che avevo trovato, inserendo una scritta a mano che recitava “…e dove si parla de’ li ori da lo stesso Dolcino nascosti, e mai cercati, in luogo inioto, da alcuni de’ suoi detto Oro di Prato Febbraio, venti e cinque passi a levante dello stesso…” Dovete sapere che la località Oro di Prà Farvé esiste davvero, proprio sul Sentiero delle More. E’ il bel poggio dove sorge tuttora la Cascina Zegna poco sotto la Panoramica, tra le bocchette di Margosio e Luvera. Il toponimo “Oro” non ha nulla a che vedere con il metallo prezioso, nel dialetto biellese “ör” sta per “luogo esposto sull’orlo della montagna”.

Il burlone pentito
Il documento taroccato, con tanto di mappa, venne rilanciato da alcuni giornali locali e qualcuno pensò di andare a verificare di persona, naturalmente senza trovare alcunché. Anche lo storico biellese Roberto Gremmo, nella prima pagina del suo libro “il tesoro di Fra Dolcino”, citò a quel tempo il mio falso documento, ma prendendone le distanze e riconducendolo ad un tesoro di valore simbolico – culturale, morale e religioso – della vicenda dolciniana. La storia durò per qualche anno, fino al primo aprile del 1996. Convinto da Carlo Caselli, allora direttore di Eco di Biella, confessai la burla e su quel giornale uscì un articolo con mia foto e un titolo che diceva “Il burlone pentito: Franco Grosso confessa il suo “pesce” agli studiosi dolciniani”. Per la verità non credo di essere un burlone, ma arrivando alla Cascina Zegna ho contato venticinque passi verso levante. Non ho trovato un tesoro ma un masso spaccato a metà, come se fosse passato di qui il paladino Orlando e avesse menato un gran fendente con la sua mitica spada Durlindana. Pare proprio che Orlando, per dirla con l’Ariosto, diventasse furioso per le sue pene d’amore e che si sfogasse a tagliar le pietre in due.

Il prode Orlando
Non è la prima volta che incontro le gesta di Orlando nel mio peregrinare tra luoghi e libri. Sono stato anche sui Pirenei dove si trova la Breccia di Orlando, una gigantesca spaccatura naturale, larga 40 e alta 100 metri, proprio sul crinale tra Francia e Spagna, che la leggenda vuole sia stata fatta a colpi di spada dal prode paladino. Vi ero arrivato risalendo da Lourdes il Circo della Gavarnie, un grandioso anfiteatro di montagne che Victor Hugo ha chiamato “il Colosseo dei Pirenei”. Un altro incontro con un masso spaccato l’ho avuto recentemente percorrendo la Via Francigena in Val Susa, presso la Cascina Roland, un luogo medievale di posta e cambio cavalli, non lontana dalle Chiuse Longobarde. Qui Orlando è passato veramente, paladino al soldo di Carlo Magno e vittorioso partecipante alla battaglia delle Chiuse del 773, dove venne sconfitto il longobardo Desiderio. Se poi fosse vero che qualche giorno dopo Orlando seguì Carlo Magno da Torino al Pian dei Morti di Zimone, per dare una mano ad un altro esercito carolingio sceso dal Gran San Bernardo e bloccato sulla Serra da Adelchi, figlio di Desiderio, allora sarebbe plausibile anche una sua veloce cavalcata dalle nostre parti. Ma forse quella che galoppa è solo la mia fantasia, probabilmente disturbata dalla nebbia. Che nella pietra spaccata tra Prà Farvé e la Sella dal Pum ci vede una grossa mano destra dal pollice muschiato, che impugna un sasso per scagliarlo chissà dove.

Perdonatemi…

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