Olivone, in valle di Blenio.

Giusto un anno fa ero riuscito, per la prima volta in tempi di Covid, a sfuggire alla stretta pandemica e a concedermi un fine settimana in Svizzera. In quell’occasione, con alcuni amici, ero salito al Pass Lunghin in Engadina (2645 m), l’unico luogo delle Alpi dove si incontrano i bacini idrografici dei fiumi Po, Reno e Danubio. In pratica, se ti scappa un bisognino su quel colle puoi scegliere, a piacere, dove mandare le tue acque: nel Mar Adriatico, nel Mar Nero oppure nell’atlantico Mare del Nord.

Le Alpi, cerniera o frontiera?
Nei giorni scorsi, senza particolari stimoli fisiologici, ho rifatto un’esperienza simile, andando a cercare le sorgenti del fiume Reno. Ora avete tutto il diritto di dirmi “chissenefrega dei tuoi bisogni” ma dovete sapere che sto facendo un’indagine sull’importanza della catena alpina nella nascita politica e culturale dell’Europa, cercando di rispondere alla domanda se le Alpi rappresentano una frontiera o sono invece – come credo io – una cerniera che può legare ancora meglio popoli e culture. Spero che prima o poi questa ricerca, che mi offre il modo di conoscere posti bellissimi, possa diventare un nuovo libro.
Il dibattito sulla questione è stato fortemente ripreso il 20 agosto scorso nel corso di una conferenza svoltasi a Mosso S. Maria nell’ambito del FestiVALdilana, per l’organizzazione dell’associazione La Finestra sull’Arte. Ospite era Annibale Salsa, già presidente generale del Cai e sicuramente uno dei massimi antropologi italiani.

Paesaggio naturale o culturale?
Il tema di base svolto da Salsa era spiegare la differenza tra “paesaggio naturale” e “paesaggio culturale”, dove la difformità tra le due diverse visioni del territorio era evidenziata proprio dalla presenza delle montagne. In sostanza, chi vive al nord delle Alpi sembrano più portato ad un maggiore rispetto dell’ambiente e della natura alpina, mentre nel versante meridionale si osserva una diversa attenzione al problema, con risultati talvolta messi in discussione dall’opinione pubblica.
La cosa migliore da fare, dopo la conferenza, era verificare “sul campo” la situazione ed eccomi quindi sulla strada verso le valli svizzere del Canton Ticino, del Cantone dei Grigioni e del Canton Uri.
Il percorso prevedeva una cavalcata automobilistica dei passi del Lucomagno (1916 m), dell’Oberalp Pass (2044 m) e infine del Passo del Gottardo (2108 m). Tra un valico e l’altro erano in programma soste per visite e brevi escursioni verso luoghi di interesse, come alle sorgenti del Reno al Lac da Tuma, presso l’Oberalp Pass.

Come parli?
Tra le curiosità da soddisfare, la prima era quella della lingua parlata, elemento fondamentale per la comprensione della storia e della cultura locale. La valle di Blénio e la valle del Lucomagno sono nel Canton Ticino e quindi di lingua italiana. Dopo il passo del Lucomagno si scende in val Medel fino a Disentis, entrando nei Grigioni. Dove si leggono toponimi come Foppa, Gronda, Surselva, Zavragia.
In teoria qui si parla tedesco, ma i cartelli stradali e turistici sono scritti in romancio, lingua locale di origine neolatina, un insieme di diverse parlate che sono più vicine ai dialetti ladini dell’Alto Adige.
In un grande cartello, prima di un semaforo rosso che segnala un cantiere, leggo “Construction nova da la Gallaria da lavinas. Il Chantun construescha per Vus”. Capisco le minoranze e mi fa piacere sapere che il Cantone “lavora per me”, ma un po’ di comprensibilità in più non ci starebbe male!
Per fortuna, oltre l’Oberalp si leggono avvisi solo in tedesco, così capisco ancora meno…

Val Medel.

Alle sorgenti del Reno
Altra mia curiosità era conoscere dove nasce il Reno, uno dei maggiori fiumi d’Europa, lungo 1232 chilometri. Chi non pratica la geografia o non naviga sulle mappe di Google, può pensare ad un luogo lontano e non facilmente raggiungibile. Le sorgenti del Po, al Pian del Re sotto il Monviso, distano in linea d’aria da casa mia 134 chilometri circa. Quelle del Reno sono a 116 chilometri, quindi più vicine.
La sorgente ufficiale (Rheinquelle) è posta per convenzione all’uscita dell’acqua dal lago Tuma (2350 m), raggiungibile con una facile passeggiata di un’ora e mezza dall’Oberalp Pass.
Ma i ticinesi reclamano una loro sorgente del Reno in val Cadlimo, in alta Leventina, in effetti con un ramo più lungo di qualche chilometro. Ma il luogo è scomodo da raggiungere, quindi poco conveniente turisticamente. E i grigionesi non ne vogliono sapere.
Anche noi italiani potremmo reclamare qualcosa. L’acqua della Val di Lei, in comune di Piuro, finisce nell’Aversrhein e poi nell’Hinterrhein ed è l’unica acqua di origine italica che va a morire in un oceano. Siamo in Valtellina, ai piedi del Pizzo Stella, e Piuro mantiene storicamente i diritti e la proprietà su questi alpeggi al nord dello spartiacque alpino.

Il ponte del diavolo
La tradizione vuole che il diavolo chieda l’anima del primo passante sui ponti che costruisce lui, dove gli umani non osano per via delle impervie gole alpine. Qui ad Andermatt, famosa località turistica del Canton Uri, il demonio deve aver fatto il “diavolo a quattro”, visto i ponti antichi e moderni che si trovano nella gola di Schöllenen.
Siamo sulla strada del Gottardo, la più importante arteria che attraversa la catena alpina in senso nord-sud. Strategico e fondamentale era quindi il passaggio in questa impervia gola e pare che siano stati i walser a costruire nel XIII secolo il primo ponte.
Il posto è grandioso e impressionante, a dir poco. Enormi pareti incombono, l’acqua del torrente Reuss incombe in alto e precipita con cascate, formando marmitte gigantesche. Il ponte più moderno compie un gran balzo e la strada s’infila nella montagna a lato del dipinto che raffigura in rosso il diavolo della leggenda. E rossi sono anche i trenini del Bernina Express che ogni mezz’ora passano sul ponte ferroviario. Un ardito sentiero con breve galleria permette di godere di questo spettacolo.

La gola di Schöllenen.

Un diverso approccio
Se tre sono i ponti che ora si vedono nella gola di Andermatt, altrettanti sono i passaggi sotterranei sulla via del Gottardo. Da Göschenen ad Airolo corrono il tunnel ferroviario e quello autostradale, lunghi entrambi circa 15 chilometri. Nel 2016 è stata aperta la galleria di base di 57 chilometri, da Bodio, presso Biasca nel versante sud, a Erstfeld nel versante nord. Costruito in 17 anni a partire dal 1999, è il tunnel ferroviario più lungo del mondo.
Tornando ai numeri, non posso fare a meno di notare che l’inizio del tunnel di base del Gottardo a Bodio e di quello della linea Torino-Lione a Chiomonte (ex TAV) sono alla distanza di cento chilometri da casa mia e che la lunghezza del tunnel, 57 km, è la stessa. Non entro nel merito delle polemiche, non ne ho competenza.
Ma se i numeri sono uguali, ben diverso è stato l’approccio nell’opinione pubblica, in particolare per quella italiana, con tutte le problematiche ancora aperte. In Svizzera ci sono voluti meno anni del previsto a completare l’opera e le popolazioni interessate hanno sempre visto la galleria come una “liberazione” dalla schiavitù del traffico pesante, trasformandola in una opportunità turistica.
Io sono passato più volte in quelle valli durante la costruzione e ricordo bene i quattro enormi cantieri presenti. Ora quei cantieri sono spariti o diventati parchi e non è facile riconoscere quei luoghi.
All’ingresso sud è visibile l’enorme “talpa”, la fresa del diametro di dieci metri utilizzata per lo scavo. Si chiama “Heidi” e sembra un’opera d’arte moderna. Lascio a voi immaginare cosa succederebbe a Susa se venisse esposta quella utilizzata qui.

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