Racconti sotto l’albero di Natale

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“Il pane era poco e a cena nostra madre, tagliava la fame a fette e teneva la più grossa per sé.
Nostro padre ci guardava e muto chiedeva perdono per una colpa che non aveva.
Ognuno con la sua fetta di fame da mettere sotto il guanciale.
Le notti dei poveri sono ricche di cose sognate”.

Per questa pagina di metà dicembre ho voluto farmi un regalo di Natale. E spero che sia ben gradito anche a voi – fedeli lettori di Dietro l’angolo – che non mancate mai di esprimermi affetto e gratitudine per quello che scrivo. Ho scelto brani miei e di altri autori, presi dai libri che mi sono più cari. Volumi che non sono nei ripiani della mia libreria, ma sempre in giro, mezzi sgualciti, pieni di orecchie e di appunti. Perché ci ritorno sempre a prendere spunti, a riguardare le immagini, a leggere tra le righe.

Non potevo non iniziare da Lassù gli ultimi. Quella madre che tagliava la fame a fette (per tenere per se la più grossa) me la sento ancora vicina, nelle voci familiari dei miei ricordi bambini.
L’opera fotografica di Gianfranco Bini è del 1972 e non so chi ha scritto, tra i diversi autori del libro, quelle bellissime righe. Ma non ha importanza, l’emozione resta uguale.
“Sento uno strano e ripetuto verso, tra un belare stridulo e un miagolio. Da un portone sbuca un uomo con un fagotto in braccio, dalla coperta spuntano le teste di due capretti appena nati. Li sta portando a casa, ha già preparato una cesta vicino al camino, la stalla è troppo fredda.
Davanti alla chiesa il sagrato è pulito, come se non avesse nevicato. Alla destra della facciata c’è il cancello mezzo aperto del camposanto. Dentro, la neve supera il metro e i passaggi tra le tombe mi appaiono come una bianca trincea di un perduto campo di battaglia.

“Ici repose en paix…” si legge in una lapide che emerge a fatica. Più in pace di così… Il nome è ancora coperto, ma qualcuno che lo conosce ha appoggiato davanti un fiore finto. La neve con il suo sciogliersi, con un’opera tanto lenta quanto lieve, poserà quel fiore ai piedi della croce, davanti alla foto in ceramica. Non succederà prima di aprile, forse maggio. Ma tanto qui nessuno ha fretta”.
Quella che avete appena letto è una paginetta del mio diario di montagna, già pubblicata su questo giornale e su uno dei miei libri. Siamo in val d’Ayas, il camposanto è quello di Antagnod.

Ancora in Valle d’Aosta è ambientato il brano seguente, dedicato al villaggio d’arte di Chemp, nel comune di Perloz, all’inizio della valle di Gressoney. E’ un luogo davvero unico che avevo scovato quasi per caso sette anni fa. Ora è meta di tanti: una dozzina di case in pietra, un paio di abitanti e cento opere d’arte. E’ il villaggio “del Cristo che non c’è”.
“E’ la prima opera d’arte che s’incontra arrivando a Chemp con la strada carrozzabile. Subito sembra una croce come tante altre, due assi intersecate. Ma a guardar meglio si nota qualcosa che manca. Manca il legno dove dovrebbe starci il Cristo. In realtà, con questo artifizio geniale, il Cristo appare più presente e cangiante, a seconda delle stagioni o – se lo si guarda in controluce – dell’umore del cielo.
Un Cristo che non c’è è anche un po’ la metafora della fede ai giorni nostri, dove non c’è più tempo per noi stessi o per ritrovare dei simboli veri, magari celati dentro a dei buchi nel legno. A Chemp c’è una cappella che si riempie di preghiere solo un paio di volte all’anno, se va bene. Pino Bettoni sta invece popolando il suo villaggio di anime scolpite. E forse le preghiere che mancano le recita il vento, turbinando tra le crespe dei suoi bronzi”.

La pagina che segue non ha molto del Natale, ma è in un libro che ogni tanto mi vado a rileggere e che trovo straordinario. Il titolo è La Valle Nera e l’autore è Eberhard Neubronner, tedesco di Ulm. Qui descrive una transumanza in Valsesia alla quale ha partecipato negli anni ’90, aiutando il margaro biellese Giorgio Narchialli a portare le sue bestie all’alpe Maccagno. Il momento è drammatico, le mucche devono traversare a guado l’impetuoso torrente. L’autore descrive la scena con i tempi musicali di un concerto classico. A leggere par di ascoltare un crescendo di Wagner in mezzo ad un bordello di campanacci.
Presto.
La pastorale da un pezzo ha lasciato il posto a un pot-pourri. La mucca più vecchia procede a tentoni in mezzo al vortice gelido, sonda e assaggia il fondo, si piega, ansima, sbuffa, sente di nuovo il suolo sotto gli zoccoli, guadagna l’altra sponda e si mette subito a brucare nel primo prato che può raggiungere. Meccanicamente la seguono altri animali, poi la fila si spezza.
Oooj!… Oooj!… Vitti-vitti…
Maledetti vitelli! Due giovenche s’impuntano all’improvviso, le code dritte, la bava gialla davanti al muso. Il nervosismo serpeggia. Scocca la scintilla, Narchialli e la sua gente esplodono.
Forte, fortissimo.
Con fruste grosse come un braccio picchiano e battono, pestano e bastonano le maledette, dannate, tre volte esecrate bestie di merda! Questa stupida, testarda, cocciuta carne che costa così tanta fatica e (Santa Madre di Dio) non è certo di poco valore!
Un buon mezzo milione per un vitello.
Che succederebbe se uno di loro finisse a marcire nel letto del Vogna?
Viscido, gonfio, attorniato da mosche?
Avanti. Avanti!
Finalmente è tutto finito. La cacofonia cessa l’effetto, lo staccato dei colpi di bastone si placa, mucche e manzi pascolano nuovamente in libertà. Vanno lentamente in direzione del Fornale, come se ciascuno di loro conoscesse la meta odierna e non avesse mai vissuto scene turbolente.
Un sommesso rumore di erba strappata tradisce appetito, i campanacci penzolano, ogni tanto si sente un caloroso muggito.
Decrescendo.
Giorgio si asciuga il sudore dal volto. Respira piano, il suo petto si alza e si abbassa: è la conclusione, l’acqua che si placa, piccole onde schiumose – la tempesta è ormai terminata”.

“Secondo te il passato può passare un’altra volta?” chiede il padre al figlio, nel libro di Paolo Cognetti, Le otto montagne. “Guarda quel torrente, lo vedi? – prosegue il padre. – Facciamo finta che l’acqua sia il tempo che scorre. Se qui dove siamo noi è il presente, da quale parte pensi che sia il futuro?
Il figlio risponde che il futuro doveva trovarsi più in basso rispetto a loro. Scorrendo, il tempo segue la corrente giù fino a valle. Il padre risponde brevemente che si sbaglia. “Se il posto in cui ti trovi è il presente, il passato è l’acqua che è già scorsa via e che non vedrai mai più. Il futuro è invece l’acqua che arriva dall’alto portando con se pericoli, gioie e sorprese. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa”.

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