Riflessioni. “In questo tempo sospeso…”

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“In questo tempo sospeso nell’attesa che la peste si dissolva, a molti vien voglia di leggere, ma anche di scrivere… e sarà forse bello un giorno voltarsi indietro a rileggere e ricordare come eravamo al tempo del coronavirus”.
Queste parole sono di un caro amico, Luigi Zai, titolare in quel di Viverone di una piccola casa editrice dal nome profumato: Kalicanto. Lo ringrazio, avrei voluto scrivere io così.
Per altri amici il tempo sembra essersi fermato, o peggio che questo sia tempo perso. In realtà hanno – abbiamo – solo smesso di correre, senza sapere che questo potrebbe essere tutto tempo guadagnato, se mai riusciranno – e riusciremo – a impegnarlo bene.
Ma al sottoscritto questo tempo sospeso fa passare la voglia di scrivere. Come posso raccontarvi oggi di luoghi, di incontri e di passi? Non ci riesco, pratico il distanziamento letterale. Per cui apro il solito cassetto della rumenta varia e cerco qualcosa per fare un comodo copia-incolla.
Trovo una pagina de “il Biellese” del 17 giugno 1986, dove Gianni Crestani resoconta del concorso “Gli adulti scrivono per l’infanzia” che si teneva quell’anno a Trivero. Venne premiato un racconto dal titolo “Il Dahù Rien Nevaplù”. La giuria era composta dai bambini delle scuole elementari, che in classe ascoltavano e votavano i racconti.
Così mi vien da pensare che potrebbe essere comodo anche oggi ai genitori e ai nonni che più del solito devono badare a figli e nipoti.

Cari bambini, quella che oggi vi voglio raccontare è la storia del Dahù (con la ù francese come “brut”). Chi di voi sa cos’è un Dahù? Nessuno, eh? Ve lo spiego io. Il Dahù era un animale misterioso di origine walser, fatto pressappoco come una capra svizzera, di colore giaunet come un biscotto savoiardo, con un ciuffo bianco alla Jonson Righeira e due corna malfatte come un grissino torinese.

Ma la cosa che distingueva il Dahù dagli altri animali era la sua fama di bugiardo incallito, e visto che, e voi lo sapete bene, le bugie hanno le gambe corte, il Dahù ne portava le conseguenze. Aveva infatti – fate attenzione questa è bella – le due zampe di destra, quella davanti e quella dietro, più corte di una spanna rispetto alle altre due.

Questo gli impediva di camminare nei terreni in piano, perché la differenza era troppa e finiva, pa pum, sempre per terra. Invece era più bravo degli altri nei prati in pendenza, perché teneva le zampe più corte verso la montagna e quelle più lunghe verso valle. In questo modo poteva spostarsi, cio ciop, cio ciop, cio ciop, molto velocemente.

L’unico guaio era che non poteva girarsi, perché, se si girava, non trovava più l’appoggio con le gambe corte e finiva per ribaltarsi, pa pum, pa pum, pa pum, giu per il prato.

Questo lo obbligava a viaggiare sempre nella stessa direzione, per esempio da Stavello verso Bielmonte, perché se cercava di andare da Bielmonte verso Stavello avrebbe fatto subito pa pum, pa pum, pa pum, giù per il prato.

I cacciatori, che conoscevano questo difetto, si mettevano dietro al Dahù e lo chiamavano “Dahù, Dahù…” Questo si girava e, pa pum, pa pum, pa pum, giù per il prato. Così per colpa dei cacciatori, in poco tempo molti Dahù sparirono dalle nostre montagne.

E adesso, se avete ancora un attimo di pazienza e se mi promettete di non dirlo ai cacciatori, vi racconterò cosa è successo l’altro giorno ad un Dahù che conosco io, e che si chiama Rien Nevaplù.

Rien Nvaplù, che normalmente abita nella zona di Barbato, ha due amici Dahù, il primo che fa il barman alla Brughiera, si chiama Seplù Fasil, l’altro, dal pelo maron, si chiama Tartufon.

L’altro giorno i tre, che non avevano niente di meglio a fare, se ne andavano tra i prati dietro Bulliana, raccontandosi bugie a più non posso. Dall’altra parte veniva, per i fatti suoi, una bella capretta bianca e nera, dal nome Tinì. I nostri amici Dahù si fermarono ad addocchiare gli occhi smaliziati della nuova venuta, la bella barbetta bicolore e, soprattutto, le zampette ben tornite, tutte lunghe uguali!
Tinì li incrociò, senza neppure degnarli di un “beh”, e continuo per la sua strada. Rien Nevaplù, Seplù Fasil e Tartufon si girarono per seguirla con lo sguardo e… non l’avessero mai fatto, pa pum, pa pum, pa pum, rotolarono fino a Ponzone.

In conclusione, bambini, non raccontate mai le bugie, altrimenti vi ritroverete a camminare per traverso come i Dahù. E se per caso – e mi rivolgo ai maschietti – incontrate per strada una bambina che magari vi piace anche un po’, non giratevi per carità, altrimenti… (diciamolo in coro) pa pum, pa pum, papum!

Del mito del Dahù sono piene le vallate alpine e il Museo delle Alpi al Forte di Bard ha dedicato una sala a questo animale immaginario. Per la cronaca, l’autore del racconto era il sottoscritto, che anche l’anno precedente aveva vinto quel concorso, con un racconto dal titolo “Lei è proprio un bel volpino!”, riprendendo una citazione di Ezio Greggio. Chissà perché, l’anno successivo mi venne chiesto di fare parte della giuria.
Il concorso aveva anche una sezione dedicata alla poesia e io avevo inviato una mia composizione.
L’ho riletta con curiosità, trovando qualche rima di troppo, indeciso se riportarla in chiusura di questa pagina. Ma poi ha vinto di nuovo il copia-incolla…

Lontane voci
e perse risonanze
colmano il silenzio
di rumori strani.
Fughe di violini
paiono le danze
del vento tra le fronde
dei castani.
All’abbaiar di un cane
il passo affretta
quell’ultimo viandante
che in sordina
va a prendere di pace
la sua fetta
lasciando crucci e affanni
a domattina.
Dovunque in cielo,
dove l’occhio vede,
è un fremito di stelle
ballerine.
Ognuna segue l’altra…
o la precede?
Chissà dov’è l’inizio,
oppur la fine…
Ma di scoprir del mondo
la ragione
è meglio non aver
pretesa alcuna.
Lasciamo ai bimbi e ai sogni
l’illusione
di cavalcar le stelle,
ad una, ad una.

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