Riflessioni novembrine. Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia…

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Il Santuario della Brughiera.

Ma dove ve ne andate,
povere foglie gialle,
come tante farfalle
spensierate?
Venite da lontano
o da vicino?
Da un bosco
o da un giardino?
E non sentite la malinconia
del vento stesso
che vi porta via?

(Trilussa)

Chissà perché, a me l’autunno mette tanta gioia negli occhi ma altrettanta malinconia nell’animo. In questa stagione, quando cala il giorno vado per sentieri a pestar foglie, tenendo il tramonto alle spalle.
Perché a quell’ora il sole entra basso e mi fa crescere, nell’ombra che si allunga avanti a me.

Per tutti i sensi
Nel bosco siamo affascinati dai colori, ma altrettanto intensi sono i profumi e i rumori. Dell’Armillaria Mellea, il comune fungo chiodino che cresce nelle morte ceppaie dei cedui di castagno, conosco di più il gusto. Sono un paio di settimane che me li trovo in umido con le patate, con gli ultimi pomodorini dell’orto nel sugo delle fettuccine, sott’olio come antipasto o nella zuppa con fagioli.
Mai come quest’anno se ne vedono tanti nel bosco. O forse mai come quest’anno siamo andati a cercarli, sperando in qualche effetto anti-epidemico… In compenso non si trovano più i porcini, ma camminando verso la Brughiera si sente forte l’odore del micelio, in particolare dopo la pioggia.
In alcune mie note, frutto di una ricerca sulla nostra storia tessile, ho ritrovato una poesia di Ada Negri, dalla quale ho preso in prestito il titolo della pagina. La Negri visse nella nostra valle tra Ottocento e Novecento, a seguito di un matrimonio non troppo fortunato con Giovanni Garlanda. Mi piace pensarla mentre trae ispirazione passeggiando nei nostri boschi.

Armillaria Mellea, il comune fungo chiodino.

Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo; e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e si gran sete plachi.

So che annunci l’inverno: che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.

Picchio mitraglia
Cambiano anche i rumori della foresta. Allo strisciare di una lucertola tra le foglie abbiamo ancora un attimo di timore, ma l’attenzione cambia appena sentiamo scalpitii più decisi. Tenete conto che nella mia valle è stato segnalato l’orso, a Falcero di Valle Mosso, e il lupo, sul sentiero “del Curnis”. Tenete anche conto che il mio percorso classico, da casa al Santuario della Brughiera, è giusto in mezzo, a mezz’ora di cammino. Ora, non ho elementi per sapere se si tratta di avvistamenti farlocchi, ma nel dubbio preferisco tenerne conto, indeciso se mettere mano al bastone o alla fotocamera.
Impressionante è stato l’incontro con il picchio. Mi ha seguito per quattro piante, a monte e a valle della strada che sale verso Prapien. In ognuna doveva avere un cantiere aperto, con un contratto a cottimo, sparando delle micidiali mitragliate col becco. Anche le castagne, in caduta sulle foglie più basse, sparano a raffica, mentre la libreria sospesa agli alberi di Casabrin non risente del cambio di stagione.

Il fieno è falciato
il cacciatore ha sparato,
l’autunno è inaugurato:
Il grillo si è murato
nella tomba in mezzo al prato.

(G. Rodari)

Il gigante caduto
L’avevo fotografato e segnato negli alberi monumentali del mio paese, lo vedevo spesso, scendendo da Mosso verso Biella, all’altezza del campo sportivo di Valle Mosso, dove faceva da copertura verde alla tribunetta del campo sportivo. Era un cedro molto alto, di 2,60 metri di diametro, non so se Atlantis o del Libano. Ma ora non ha più importanza, è stato abbattuto.
In un paio di giorni la squadra dell’impresa Montagna Verde di Manuel Confortino l’ha tagliato, fatto a pezzi e portato via, con un lavoro di perizia e di abilità.
Cosa aveva fatto di male, per meritarsi una fine del genere? Era vecchio e malato, ma non lo dava a vedere. Una puntuale perizia dell’agronomo Andrea Gesiot ne aveva valutato bene le condizioni, e non c’era alternativa.
Non potrò fare a meno, passando di lì, di dare un’occhiata a quel vuoto. Da dove ora, per consolazione, si vede il Mucrone.

Distilleria clandestina
Quest’anno la vite del nostro giardino non ci ha regalato i suoi frutti. Ha patito fortemente la tanta acqua e il vento del 3 ottobre, quando la maturazione della sua gustosa uva americana si è bloccata, quasi un trauma, lasciandoci grappoli scarni con i quali i merli hanno fatto festa.
La pianta ha poco più di 30 anni, messa a dimora quando abbiamo sistemato il nostro piccolo giardino. Ha formato in fretta la copertura di un soggiorno esterno che guarda a mattina, regalando ombra e buona uva senza chiedere nulla. Bastava allungare la mano per prendere i grappoli man mano che andavano a maturazione e chiudere il pranzo con la frutta di stagione a chilometri zero.
Un plateau di grappoli restava a far uva passa nella stanza in soffitta, per poi finire sotto spirito per un delizioso liquore fatto in casa.
Quest’inverno ci mancherà anche quello, una dolenza in parte alleviata da altre bottiglie prodotte nella stessa distilleria clandestina di famiglia: una classica limonina, un tredici erbe non ho mai capito quali e il mirto con le bacche di casa Cartotto, del quale spero di avere una buona critica nella pagina a fronte.
Non vi parlo del genepy che arriva da parenti, che potrebbe suscitare le giuste ire degli integralisti e la rabbia degli stambecchi della Falconetta…

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