Riviera Ligure di Levante. Nel golfo, tra poetici e maledetti tramonti

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I paesaggi marini che preferisco non sono quelli dove il mare è una linea continua all’orizzonte, ma piuttosto quelli formati da sequenze d’acqua spezzate da dorsali rocciose che s’immergono e da isole che sorgono. Così sono i golfi e le baie che vado a cercare, dove trovo sentieri che profumano di mirto e di ginestra, piccoli borghi dalle fondamenta rovinate dalla salsedine e calette dall’acqua fina e trasparente. Trovo facilmente tutto questo nella vicina Riviera Ligure di Levante, tra Tigullio e Sestri Levante e – ancor meglio – nelle Cinque Terre e nel golfo della Spezia.

Un convoglio al calar del sole
Quasi un mese fa, tornando da un impegno per una conferenza ad Assisi, ho fatto sosta per una notte proprio a Lerici, splendida località del golfo dei Poeti, come viene chiamato il mare davanti alla Spezia. Era l’ora del tramonto e il cielo arrossato faceva risaltare le terre che avevo di fronte, mentre il riflesso del sole illuminava un paio di barche a vela, ben ordinate in rada. Da destra, la penisola di Portovenere andava a morire in uno stretto tratto di mare, mettendo in evidenza i profili della chiesa di S. Pietro e della fortezza. Oltre quella porta d’acqua s’alzava, potente, il profilo dell’isola Palmaria e, a seguire all’altra e più larga apertura, l’isola del Tino. A tirare tutto questo convoglio era lo scoglio del Tinetto, quasi una sorta di rimorchiatore, a sinistra del quale i colori del mare tornavano a confondersi con quelli delle nuvole, avviate verso notte.

Fortuna ai naviganti…
Ci siamo stati molte volte da queste parti, ospiti degli amici Laura e Adriano, un tempo nostri vicini a Marchetto e ora a Candelo, ma con casa al mare a Tellaro, frazione di Lerici. In realtà, la mia prima volta qui risale allo scorso millennio, in occasione – pensate – di una gita della gloriosa scuola Pietro Sella di Mosso. Di quell’esperienza da quindicenne mi ricordo vagamente il mare, visto solo dai vetri del bus, e un paio di cose viste al Museo Navale della Marina Militare alla Spezia: le impressionanti navi da guerra “fatte in ferro”, ormeggiate nella darsena a fianco del veliero-scuola Vespucci e il seno destro scoperto di una figura femminile in legno, ovvero la polena di un vascello esposta vicino alla biglietteria. Pare portasse fortuna toccare quel petto, e nessuno di noi maschi si tirò indietro, anche se la buona sorte era riservata – dicevano – solo ai naviganti…

“Quel piccolo angolo…”
Perché il golfo della Spezia è noto come il golfo dei Poeti? A leggere i nomi dei moltissimi letterati che nei secoli hanno trascorso periodi di residenza nei borghi del golfo, attratti dall’incanto del luogo, o che ne hanno semplicemente descritto la bellezza, c’è da perdersi. A cominciare da Dante, che cita Lerici e la Val di Magra nella Commedia, al Petrarca che descrive l’approdo a Portovenere e la dolce natura che lo circonda.
Ma di sicuro sono stati gli scrittori stranieri della prima metà dell’Ottocento ad aver avuto qui le maggiori ispirazioni. Così come hanno avuto qui altrettante sfortune, legate alle loro controverse personalità. Si fermarono nel golfo il poeta e politico inglese George Gordon Noel Byron, meglio noto come Lord Byron, lo scrittore Percy Bysshe Shelley con sua moglie Mary, romanziera, e altri.
Shelley, poeta britannico controverso e dannato, come lo definì qualcuno, morì in queste acque per naufragio della sua nuova barca l’8 luglio del 1822. Aveva solo trent’anni. La scrittrice francese George Sand, alla Spezia nel 1852, descrisse il golfo come “quel piccolo angolo dove mi riposerei di ogni impegno, di ogni affanno…”
Tra i tanti intellettuali, letterati e artisti che hanno lasciato un segno nel golfo spezzino si ricordano Charles Dickens, Virginia Woolf, David Herbert Lawrence e tra gli italiani Giosuè Carducci, Gabriele D’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti.

Le tele di Tellaro
Ma chi mi piace più di altri ricordare è certamente Mario Soldati, mancato nel 1999 nella sua abitazione di Tellaro. Cosi descriveva quel villaggio, presente nella lista dei borghi più belli d’Italia: “otto scogli, quattro caruggi, due chiese e un polipo…”
La mia incurabile curiosità di conoscere luoghi lontani che abbiano affinità con le mie radici, mi ha fatto trovare un riferimento interessante nell’origine del nome: Tellaro deriva da “tela” o da “telaio”, per via dei fiorenti commerci di stoffe che i tellarini avevano con Lucca. Quindi qui si tesseva e si coltivava l’ulivo, più che andar per mare.
Infatti Tellaro non è un borgo marinaro, non c’è posto per il porto, le case fronte mare sono in gran parte costruite a picco sulla scogliera; il mare entra, spesso con forza, nell’unica insenatura praticabile, dove finisce la stradina che scende in mezzo al borgo. Una calata di cemento larga pochi metri permette la messa in acqua e il recupero delle poche barche, che poi contendono il posto ai tavolini del bar. Salvo poi portare tutto più in alto durante le mareggiate, come mi è capitato di assistere nel 1998. Il mare era bianco di rabbia e le onde sbattevano sugli scogli originando spruzzi alti venti metri, per la gioia di incoscienti turisti che li fronteggiavano, attaccati ai corrimani della breve passeggiata.

Il polpo campanaro
Di questo borgo all’estremo lembo del levante ligure, Soldati scrisse: “C’era una volta e c’è ancora oggi, il villaggio di Tellaro. È tutto costruito sulle rocce di un promontorio che sporge sul mare, ai piedi di una grande collina ricoperta da boschi di ulivi. Il promontorio, dove si trova la chiesa di San Giorgio, serve anche a riparare dai venti un’insenatura lì vicina, dove si vanno a riparare le barche”.
Ci sono stato alla casa di Soldati, solo una piccola targa lo ricorda, messa a dieci anni dalla sua scomparsa. Da lì si accede ad uno scoglio isolato, proteso al mare, da dove ho seguito il sole che tramontava dietro Portovenere. Succede ogni 31 dicembre.
E il polipo al quale accenna Soldati? La storia ce la racconta D.H.Lawrence, l’autore de L’amante di Lady Chatterley, al quale è intitolata la via di Tellaro che porta a casa Soldati: “Una leggenda racconta che una volta, di notte, la campana della chiesa di San Giorgio cominciò a suonare senza smettere. Gli abitanti si svegliarono spaventati, mentre la campana continuava a suonare misteriosamente. Poi si scoprì che la corda della campana era caduta sul bordo della scogliera, tra le rocce, un grosso polpo era riuscito a prendere la cima e tirarla, il che è possibile. Gli uomini vanno a pesca di polpi con un’esca bianca e una lunga fiocina. Ne prendono di grandi, a volte di tre chili o tre chili e mezzo di peso. Non ho mai visto niente di così diabolicamente brutto, ma sono buoni da mangiare”.

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