Dolceacqua.

Le auto si sfrecciano veloci in autostrada sui viadotti e nelle gallerie, e non c’è tempo e modo di guardarsi attorno. Tranne quando si va piano per le code domenicali di rientro. E allora si può voltare l’occhio verso il mare. Di solito è l’ora del tramonto e il riflesso argenteo del sole sull’acqua si ferma contro il profilo scuro e irregolare dei palazzi che si allungano sul lungomare delle cittadine rivierasche.

Questa è la realtà di gran parte della Riviera Ligure di ponente.

C’è turismo e turismo

La speculazione edilizia del dopoguerra ha riempito il litorale di seconde case in appartamenti condominiali, privilegiando una ospitalità privata rispetto a quella turistico-alberghiera. Un sistema che è andato bene fino agli anni Ottanta ma che poi ha cominciato ad avere problemi. In Liguria, nella montagna piemontese come in Valle d’Aosta, sono sempre di più le finestre chiuse per gran parte dell’anno, con poca occupazione delle seconde case. Per contro troviamo una condizione alberghiera talvolta insufficiente o obsoleta. Se invece pensiamo al Trentino Alto Adige o alla riviera romagnola, la situazione è praticamente all’opposto, sicuramente a causa della migliore predisposizione al turismo di quelle popolazioni. Le strutture alberghiere sorgono nei luoghi più belli e panoramici, in Val Gardena come tra Riccione e Rimini, dove gli hotel sono allineati sul lungomare come generali di un’armata paciosamente accampata ai loro piedi, sotto gli ombrelloni.

Nei carrugi di Apricale.

Nell’entroterra

Ecco perché quando vado nella Liguria di ponente mi trovo molto spesso a gironzolare nell’entroterra, alla ricerca di luoghi più genuini, ancora ricchi di cultura locale e non compromessi da interventi lontani dalla loro tipicità urbana. Bisogna anche dire che la natura non è stata benigna e nella maggior parte dei casi questi paesi si trovano in vallate strette tra le montagne, dove si praticava – e talvolta si fa ancora – una agricoltura estrema e ben poco remunerativa. In compenso stanno ritrovando spazi e risorse in un turismo più tranquillo e più attento alle piccole ma significative realtà nel nostro Paese. Da Imperia fino al confine con la Costa Azzurra, sono diversi i centri turistici dell’entroterra che affiancano Sanremo, Bordighera e Ventimiglia nella promozione della Riviera dei Fiori. Una menzione d’onore merita Taggia, che ha un importante borgo storico, secondo solo a Genova per estensione, mentre Triora, borgo lontanissimo dalla costa e nascosto tra le montagne al confine col Piemonte, è famosa per le sue streghe.

Apricale.

Apricale

In questo periodo il mare non fa ancora parte dell’offerta turistica, se non per il paesaggio che regala, ma la riviera offre altre bellissime opportunità. A cominciare dalle sfilate di carnevale, con la Fète du Citron a Mentone appena terminata e Sanremo in Fiore prevista per domenica 12 marzo. Per la pagina di oggi ho scelto due paesi vicini tra di loro, entrambi nella valle del torrente Nervia, a poca distanza da Ventimiglia: Apricale e Dolceacqua. Due realtà differenti per aspetto e per storia, ma con un fascino invidiabile. Apricale è teatro di strada, Apricale è albergo diffuso, Apricale è unica. E’ uno dei “borghi più belli d’Italia” e prima Bandiera Arancione del TCI nella Liguria. Siamo a quindici chilometri dal mare e il paese è distribuito – si potrebbe dire “a campana” – attorno all’altura che lo ospita. Al colmo si trova la chiesa parrocchiale e il Castello della Lucertola. I due edifici, assieme all’oratorio di San Bartolomeo e al Municipio, si affacciano su di un’ampia piazza a più livelli, per me uno degli spazi urbani più scenografici che conosca. E non a caso la piazza e tutto il borgo sono dal 1990 la sede estiva del prestigioso Teatro della Tosse di Genova, compagnia di teatro stabile nata anche dalla creatività di Lele Luzzati, grande artista ligure e cittadino onorario di Apricale.

La piazza di Apricale.

Non avrai il mio scalpo

Il paese sembra sospeso nel tempo, un agglomerato di case collegate con un dedalo di vicoli e carrugi dall’andamento sinuoso, tanti murales sui muri e le immancabili botteghine caratteristiche. I ristoranti propongono le specialità della terra, animali da cortile e verdure, il pesce quasi non si trova. Tranne le acciughe, marinate, panate e fritte. Per forza, da qui passavano le Vie del Sale verso il Piemonte, e questo alimento non mancava mai. Per fermarsi a dormire ci sono diversi b&b e un nuovo albergo diffuso, dal nome evocativo: Munta e Cara, ovvero sali e scendi, in dialetto ligure. Già, perché in salita e discesa bisogna farne di strada per raggiungere le trenta camere e suites distribuite in tutto il borgo. In un vicolo mi attira una targa in memoria di John Martin, l’unico sopravvissuto nella battaglia di Little Big Horn. In questa casa era nato Giovanni Battista Martini, emigrato in America in ricerca di una vita migliore. Diventato trombettiere nel leggendario reggimento di cavalleria, venne inviato dal generale Custer a cercar rinforzi e questo gli salvò la vita: gli indiani di Toro Seduto non ebbero il suo scalpo.

Notturno a Dolceacqua.

Dolceacqua

“18 febbraio 1884. Dolceacqua, nella Val Nervia. Il luogo è superbo, vi è un ponte che è gioiello di leggerezza” Lo scrive Claude Monet, a quel tempo ospite di Bordighera, che più volte dipinse il ponte, il paese e il castello Doria che lo sovrasta. Leggero è ancora il ponte, come superbo e imponente sembra essere il castello, del quale rimangono solo le alte mura esterne e le due torri angolari. Il paese è a cinque chilometri più a valle di Apricale, più vicino al mare. Che quasi se ne sente il respiro, complici i voli di gabbiano sulle acque piane del torrente che qui si allarga in una prima ampia piscina. Oltre il bellissimo ponte che lo separa dalla parte nuova, il borgo si inerpica verso il castello nell’immancabile labirinto di viuzze e scale, quasi tutte al coperto, dove il sole fatica ad entrare. Mi ha colpito il decoro di tutto il nucleo storico, ricco di botteghe di artisti e di artigiani, di ristorantini recuperati in cantine odorose, di piccole gallerie d’arte.

Portoni a Dolceacqua.

La Michëtta

Dolceacqua è anche terra di olio e di vino Rossese e sono molti gli agriturismi della zona che vendono i prodotti locali e offrono ospitalità. Il dolce tipico si chiama “la Michëtta” e ha origine da una storia antica, ripresa il 16 agosto di ogni anno con una festa popolare. Nella seconda metà del XIV secolo era governatore di Dolceacqua il marchese Imperiale Doria. Uomo ambizioso e avido di potere, pretendeva l’inumano diritto dello “Jus Primae Noctis”. La sera delle nozze di due giovani del paese, gli armigeri sequestrarono la fanciulla e la portarono al castello. La giovane rifiutò di concedersi al tiranno che la fece rinchiudere nelle prigioni, dove morì di fame e sete. Lo sposo giurò vendetta ed entrato al castello con uno stratagemma, riuscì a costringere il marchese a scrivere un editto che abolisse l’infame regola. Le donne del paese, per festeggiare la liberazione dal sopruso, inventarono un dolce, la cui forma alludeva al sesso femminile, che venne chiamato “la Michëtta”.

Ponte sul Nervia a Dolceacqua.
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