Grazie ad una fortunata occasione, ho avuto l’opportunità di passare un paio di giorni a Bobbio, in provincia di Piacenza, il Comune che ha vinto quest’anno fa il titolo di “Borgo dei Borghi d’Italia”, nell’omonima trasmissione di Rai 3. L’occasione era l’assemblea per il decennale della Rete dei Cammini, consociazione che riunisce una trentina di associazioni che in Italia si occupano di cammini storico-devozionali.

Tra quattro Regioni
Bobbio, 3500 abitanti, è in Emilia, ma al crocevia di quattro Regioni. In linea d’aria è a meno di 5 chilometri dalla Lombardia (Oltrepo Pavese), a 15 dal Piemonte e a meno di 20 dalla Liguria. Piacenza, capoluogo di provincia è a circa 50 chilometri, Genova è a 80 chilometri.
Per raggiungere Bobbio in auto, circa 200 chilometri, sono passato da Alessandria e Voghera, toccando poi Salice Terme e Varzi. Da Varzi mancano a Bobbio 30 chilometri, ma in mezzo c’è il passo di Monte Penice. Niente di che, il colle è a 1150 m, con una strada bella e panoramica. Così dice la guida del Touring. Bella, insomma, molte buche qua e là. Panoramica, può darsi, ma il sottoscritto ha trovato acqua e nebbia, sia all’andata che al ritorno, e ha visto ben poco.

Viva la Rai…
Il mio interesse, in quel tratto di strada, era tutto per il Monte Penice, 1450 m, che mi perseguita da oltre mezzo secolo. Avete presente la vecchia antenna del vostro televisore? Dai tempi di Mike Bongiorno, se volevi vedere il mondo in tv, dovevi puntare l’antenna sul Monte Penice. E tutti noi sul tetto a cercarlo.
Ora, pur con parabole e decoder, il Penice continua a rompere. Mi manda in casa RAI 3 Lombardia invece di Rai 3 Piemonte, ma per contrappasso i lombardi dell’Oltrepo Pavese devono sorbirsi il Tg del Piemonte irradiato dal nostro Monte Rubello! Comunque, il centro trasmittente Rai di Monte Penice rimane una delle più potenti postazioni radiotelevisive e copre il più elevato bacino d’utenti in ItaliaIn vetta c’è anche il Santuario di Santa Maria, guardato a vista da un mare di antenne. E sempre a vista, semmai ci fosse stata la possibilità, dalla quella cima si possono vedere metà Pianura Padana e metà arco alpino.

Un santo europeo
Bobbio è tutta una dedicazione a san Colombano. Questo abate è certamente l’irlandese più noto del Medioevo, uno dei tanti a lasciare la sua isola per pellegrinare per tutto il continente, dove ha organizzato comunità ecclesiastiche e fondato monasteri. E siamo nel VI secolo! Con buona ragione può essere chiamato un santo “europeo” – come lo ha definito Benedetto XVI – perché ha lavorato, come monaco, missionario e scrittore, in diversi Paesi dell’Europa. Lo stesso Colombano dirà in una lettera che gli europei non possono che essere un unico popolo, unito da radici cristiane e senza barriere etniche e culturali.
A Bobbio vi arriva nell’anno 612 o 613, in relazione al fatto che il re dei longobardi aveva assegnato a lui un pezzo di terreno. Qui, nella valle dove il fiume Trebbia si allarga a cercare sponde, non c’era nulla, salvo dispersi villaggi, i resti di terme romane e altri segni più antichi.
Colombano costruisce un monastero benedettino che sarebbe diventato un centro di cultura paragonabile a Montecassino. E qui muore nell’anno 615.

L’abbazia
Questa cultura pervade ancora la cittadina, che ha tutta una serie di luoghi e di istituzioni che parlano di lui. A cominciare dall’abbazia. L’imponente complesso che si ammira oggi risale al X secolo, comprende un ampio chiostro attorno al quale si sviluppa il Museo che raccoglie reperti d’epoca romana e longobarda. Ma il fulcro del monastero è chiaramente la Basilica di San Colombano, anticipata dall’elegante porticato. L’interno è solenne, scandito da bianche e complesse colonne, ma il cammino ci porta subito alla cripta. In realtà è un insieme di cappelle, dove la maggiore conserva uno splendido mosaico al pavimento dell’XI secolo, mentre nella cripta vera e propria si trova al centro il sarcofago in marmo di S. Colombano, opera notevole di fine Quattrocento di Giovanni de’ Patriarchis.
Attorno a quel primitivo nucleo di fede e di operosità – ora et labora – nasce pian piano il borgo che cresce e si arricchisce nel XV secolo di un castello dei Malaspina, con una imponente torre che domina ancora la valle.

Dieci anni in cammino
Il centro cittadino è compatto, e tra l’abbazia e il Duomo corrono poche decine di metri ma sufficienti per fare un viaggio nel tempo, con i molti palazzi nobiliari dalle severe architetture, ingentilite da portali e fregi di particolare bellezza. Uno di questi ospita l’Ostello Comunale dove abbiamo pernottato. La semplicità dell’accoglienza, con le chiavi da ritirare in biblioteca che ti fanno diventare nobile e padrone per una notte, le austere stanze con i letti a castello, i silenzi notturni che si interrompono solo con le campane delle sette di mattina, sono perfettamente in linea con il carattere di Bobbio, che fonda la sua storia sull’essere luogo di passaggio e di sosta di pellegrini e mercanti.
Qui passa la Via Francigena “di montagna”, altrimenti detta Via degli Abati, variante più corta ma più ardita della classica Francigena che passa da Fidenza e dalla Cisa, e chiaramente termina a Bobbio il Cammino di San Colombano, che può vantare tracce in mezza Europa.
Per questo la Rete dei Cammini è tornata a Bobbio, nello stesso luogo dove era nata dieci anni fa, per festeggiare il decennale di fondazione. 

La bellezza che non si vede
Non eravamo soli. Bobbio è tra i “borghi più belli d’Italia”, è bandiera arancione del Tci e il 20 ottobre scorso ha vinto la competizione “il Borgo dei Borghi 2019”, organizzata con la Rai tra 60 località italiane. Questo ha fatto arrivare nella cittadina della Val Trebbia oltre 25.000 persone nel week end successivo e anche domenica scorsa, malgrado il tempo inclemente, abbiamo visto alberghi e ristoranti pieni e decine di camper nei piazzali appena fuori le mura. A noi è piaciuta la serena compostezza della gente, così come abbiamo molto apprezzato la bontà di una cucina semplice e dei vini locali. E’ stato bello camminare nelle strade di Bobbio, con una perfetta pavimentazione in pietra che la pioggia esaltava con riflessi di luce.
Ma la passeggiata immancabile, ripetuta di giorno e di sera, è stata quella sul lungo e romantico Ponte del Diavolo sul Trebbia. E’ chiamato anche “ponte gobbo” per via delle sue undici arcate diseguali. La leggenda vuole che l’abbia tracciato san Colombano, e che il diavolo si sia offerto di costruirlo, in cambio della prima anima a percorrerlo. E il santo vi mandò un cagnetto.
Il diavolo se la prese male, e sferrò un calcio al suo manufatto. Che da allora, oltre ad essere gobbo, è anche sghembo.

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