Tra Candelo e Castellengo. Nel giardino d’inverno della Baraggia

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Qualcuno ha definito il Ricetto di Candelo “la Pompei medievale del Biellese”. Non sono per nulla d’accordo con la definizione. Pompei, pur essendo uno straordinario sito archeologico, per me ha sempre avuto una malaugurata connotazione, non fosse altro per la sua tragica storia. Il nostro ricetto ha invece un senso di rifugio e di protezione, data dalla sua origine come luogo di conservazione della granaglie e di custodia delle botti di vino delle famiglie di Candelo.

Ricetto: capolavoro di libertà
Per questo i cittadini di Candelo proteggono gelosamente il loro Ricetto, avvolgendolo – quasi nascondendolo – con le case del borgo che ci sta attorno. In un’altra definizione si legge che il Ricetto “è un capolavoro di libertà, il simbolo del senso di autodeterminazione dei candelesi, per niente abituati a essere sottomessi”. Insomma, il Ricetto è come “castello del popolo”, tutto il contrario di un maniero fondato da un signorotto per opprimere i sudditi.
Per questo mi piace molto, come ho fatto in questi giorni, passeggiare d’inverno per le rue silenziose. Ad ogni angolo ti aspetti che appaia un contadino, ti sembra di sentire il rumore delle ruote dei carri, forse dalla torre d’ingresso stanno per entrare cavalieri al galoppo…
Fantasie a parte, oggi Candelo è per me uno splendido punto di partenza per una bella e facile camminata che mi porterà verso un altro luogo ricco di storia, a Castellengo di Cossato. E, guarda caso, là il castello è tornato a custodire il vino delle cento vigne tutte attorno, come cerca di farmi credere il suo proprietario…

L’Aula Verde
Uscendo da Candelo, a levante delle mura del Ricetto, non mancate di dare un’occhiata alla chiesa di Santa Maria Maggiore, la più bella e più antica della cittadina. Tornate poi a visitarne l’interno, a tre navate separate da colonnine in granito e decorato da un ciclo di affreschi a partire dal XV secolo. E’ il giusto compendio al borgo medievale e l’altissima guglia del suo campanile vi accompagnerà nella prima parte del cammino.
Si va via veloci sulla strada di Ysangarda, per andare verso il luogo dove forse sorgeva un altro castello, legato ad un ramo della potente famiglia dei Vialardi. Al nome di Ysangarda, che talvolta perde la ipsilon iniziale, c’è chi associa una dama o una regina, ma anche di queste fantasie non ho conferma.
A neanche mezz’ora dalle case, eccoci all’Aula Verde realizzata a partire dal 2002 dal Comune di Candelo in collaborazione con la Riserva naturale orientata delle Baragge. L’area attrezzata presenta, oltre ai tavoli dove ci si può fermare per un picnic, una esposizione di pannelli riccamente dedicati ai valori ambientali della zona baraggiva, con particolare riferimento alla flora. Dal 2019 l’Aula Verde è stata intitolata a Giuseppe Lacchia, co-ideatore dell’area, amministratore e già vice sindaco di Candelo, prematuramente mancato.

Savana o steppa?
Siamo alla base della Baraggia, un altopiano che si eleva per 50 metri, in modo netto, sulla prima pianura biellese. La differenza di altitudine si supera facilmente, rimontando in cinque minuti questa scarpata boscosa che sembra anch’essa una fortificazione, stavolta naturale.
La Baraggia di Candelo, chiamata anche “il Baraggione”, è un’area protetta della Regione Piemonte ed è classificata come SIC, sito di interesse comunitario, dall’Unione Europea. E’ caratterizzata da diversi livelli di pianure che si sono formate in età diverse, separate da scarpate e da vallette scavate dai torrenti che scendono verso oriente. A nord, la Baraggia precipita per 80 metri sul torrente Cervo, creando spettacolari calanchi.
Il terreno sommitale è fatto di sabbie argillose, caratterizzato da una vegetazione a prevalenza erbosa, con arbusti e alberi distanziati che non danno luogo a veri e propri boschi. Questa situazione fa dire che la Baraggia è una sorta di savana, elemento distintivo di ambienti subtropicali caldi. Ma se ci veniamo d’inverno, come in questo caso, l’ambiente sembra più simile a quello della steppa russa o della pampa patagonica, regioni a clima continentale con inverni freddi.

Un cavallino bianco
In queste differenze di stagione sta proprio la bellezza della Baraggia. La primavera ha i profumi nuovi e acerbi della terra, il caldo estivo respinge, l’autunno ha forse i colori migliori. Ma una bella giornata d’inverno ha il piacere del sole che comunque scalda, alternandosi in continuazione al freddo dell’ombra. E in più vi aggiunge una magnifica vista sulle Alpi Biellesi, sopra le quali appaiono le vette più alte del Monte Rosa.
Si cammina a tratti sul terreno gelato, ma mai pericoloso. Alcune querce morte allungano cento braccia al cielo, striato di un blu sempre più intenso. Camminare fuori dalle piste battute, dove l’erba alta cede a fasci e crocchia sotto il passo, ti permette di scoprire i disegni perfetti delle ragnatele ghiacciate. Piccole pozze gelate regalano immagini di fantasia, come quella di un cavallino bianco raccolto da mia moglie. Anche qui, come dico spesso, ci vogliono altri occhi per vedere tutto quello che la natura ci offre.

Le cascine intorno al castello
Alla Bellavista, di colpo, ti viene a mancare la terra sotto i piedi. Si passa, sempre con un po’ di fantasia, dalla steppa al Grand Canyon. La profonda depressione del calanco è lì, ad un passo, e oltre il Cervo c’è la piana verso Cossato. Si vedono greggi, con le pecore raccolte, e mandrie con le mucche che invece si disperdono nei campi.
La traversata dell’altopiano dura circa un’ora, con le soste per guardarsi attorno. Un parcheggio precede la strada vicinale asfaltata che arriva da Castellengo e l’ambiente cambia. Il terreno incolto e sabbioso lascia il posto a prati curati, siamo tra grandi cascine e belle case di campagna. I loro nomi: Bellavista, Camagna, San Grato, Fornace, Palestro. Ma c’è di più. La Cascina Foresto è un grande agriturismo con b&b, la Cascina Preziosa è un’azienda vitivinicola in splendida posizione, alla Cascina Giumen “la Bruera” si producono e si vendono squisiti salumi.
A questo punto ci manca solo la breve discesa verso Castellengo. Il sole già basso lascia in ombra il borgo ma scalda ancora il castello, che da qui presenta il suo lato più fotogenico, con la torre tonda in mattoni a rifinire a destra l’elegante disegno. Al castello si può trovare ospitalità e si può acquistare il vino delle cento vigne, che un giorno o l’altro andrò a contare, per dare ragione o meno all’etichetta sulle bottiglie.
Da Candelo abbiamo fatto circa otto chilometri a piedi, facili, facili. Ma tanta roba: storia, natura, cose buone e… fantasia!

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