Tra Lombardia e Svizzera – 1ª puntata. Passi e i popoli delle Alpi: un bel giro nelle Alpi da record

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Tutti ricordiamo le vicende di don Camillo e di Peppone e li immaginiamo ambientate a Brescello, nella pianura padana, dove sono state girate le scene della famosa serie cinematografica. Ebbene, ho scoperto domenica scorsa che invece buona parte di questa storia si ispira alle gesta di un prete, don Alessandro Parenti, parroco dal 1929 al 1970 della sede parrocchiale più alta d’Europa, quella di Trepalle (2069 m) in provincia di Sondrio.
Chi ha letto la mia pagina di due settimane fa, dedicata alle Alpi “cuore d’Europa”, sa che sto conducendo una ricerca sui territori alpini e nello scorso week end ho fatto nuovamente un bel viaggio tra valli e passi montani, alla ricerca dei luoghi più elevati dove si trovano alcuni storici insediamenti.
E’ stata un’esperienza molto interessante, che ha alternato spostamenti in auto a escursioni verso valli e villaggi nascosti, a visite a musei e monumenti, a luoghi di natura e di incontaminata bellezza, a cattedrali dell’energia come in Valle di Lei. Senza farmi mancare piacevoli intermezzi con le specialità culinarie del luogo, dai pizzoccheri valtellinesi ai formaggi svizzeri.
Dopo il passo del Lucomagno, l’Oberalp Pass e il Gottardo fatti a fine agosto, ora è stata la volta del passo dello Spluga (2115 m), del passo Julier (2284 m) e del passo del Bernina (2323 m), mettendo insieme, con un percorso ad anello, una serie di vallate che mandano le loro acque al Mare del Nord con il fiume Reno, al Mar Nero con i fiumi Inn e Danubio e al Mediterraneo con l’Adda e il Po.

La Via Spluga
La partenza da Chiavenna rappresenta già un magnifico approccio alla storia e all’ambiente che sto cercando. E’ una deliziosa cittadina valtellinese di 7000 abitanti in riva al fiume Mera, dove la piana s’interrompe in una cornice di altissime montagne. E’ ricca di bellezze artistiche e culturali, come la Collegiata di San Lorenzo e il Palazzo Verdemate Franchi di Piuro, uno degli edifici cinquecenteschi più belli delle Alpi. Ma è anche un luogo da gustare per la tradizione gastronomica legata ai “crotti”, locande con cantinette dove soffia un vento freddo dal monte, ideale per la conservazione di salumi e formaggi.
La strada verso il passo dello Spluga mi porta a Campodolcino, località che richiede una sosta al Muvis, museo della Via Spluga e della Val San Giacomo. Qui posso conoscere l’importanza del ruolo internazionale tenuto per secoli dalla strada storica che oltre confine porta verso il centro Europa. Pochi anni fa ne avevo percorso alcuni tratti a piedi, in corrispondenza del passo Spluga, seguendo l’antica Via Francigena Renana che scende alla sponda occidentale del Lago di Como, diventando Via Regina verso Milano.
Al passo Spluga abbandono le terre mediterranee e prendo a scendere a fianco di un rio appena sorto, ma che sa già dove finiranno le sue acque, al Mare del Nord. Siamo nel cantone dei Grigioni, i cartelli e le insegne parlano in lingua romancia. Da Splügen percorro 10 chilometri verso valle, direzione Coira; il traffico di ritorno dei tedeschi dai nostri lidi riempie l’autostrada. La abbandono prima di Andeer per andare a destra e risalire nuovamente verso le montagne, seguendo la solitaria e selvaggia Val Ferrera.

Chiavenna.

Nel regno dei walser
Questa valle non ha in alto uno sbocco o un valico stradale, finisce contro le montagne che la separano dalla Valtellina. Boscosa e chiusa tra ripidi versanti in basso, verso i 1500 metri di altitudine diventa ampia, molto bella e prende il nome di Val d’Avers. Qui si trova il comune svizzero posto a maggiore altitudine, con la sede a 1960 metri. La sua frazione più alta, Juf, è situata a 2126 metri ed è considerato il più alto centro abitato permanente d’Europa. Avers è una valle di lingua tedesca, fondata nel XIV secolo da coloni walser provenienti dalla Val Formazza, nel corso delle migrazioni attraverso i monti alla ricerca dei luoghi migliori per stabilirsi.
Juf è uno di questi luoghi, ma non ha l’aspetto turistico che ci aspettiamo. Le poche case hanno quasi tutte la stalla, con gli abitanti e il bestiame che rimangono qui anche d’inverno. La neve rimane al suolo, mediamente, per sette mesi all’anno e le baite hanno scorte di legna che formano intere pareti. Il foraggio viene ricavato dai grandiosi pascoli che salgono oltre i 2500 metri, stranamente non ci sono foreste di conifere e le marmotte girano tranquillamente tra le case, in cerca di cibo.

Juf.

La Val di Lei
Scendendo da Avers non posso evitare una breve deviazione in una valle laterale che per una particolare situazione storica fa parte del territorio italiano, pur essendo oltre la catena alpina e le cui acque – tanto per non farmi mancare nulla – finiscono al fiume Reno e al Mare del Nord.
E’ la Val di Lei, parte montana oltralpe del comune valtellinese di Piuro. Nel 1462 i valtellinesi acquistarono le alpi di Lei dai nobili svizzeri che ne erano proprietari. Allora era più comodo raggiungerle dal versante italiano, seppure per i valichi alti, mentre nel versante svizzero le profonde e lunghe vallate ne complicavano di fatto l’accesso.
Negli anni Cinquanta venne realizzata la grandiosa diga di Lei e grazie ad una strada di due chilometri e ad un tunnel di 800 metri, costruiti per il cantiere, ora si può arrivare a Lei da Avers. Lo sbarramento ad arco, lungo 690 metri e alto 173, ha creato un lago di 8 chilometri di lunghezza, largo in media 500 metri.
L’ambiente è altamente spettacolare, caratterizzato dall’enorme diga e dallo stretto fiordo alpino sul quale si riflette il Pizzo Stella. Sono ancora attivi gli alpeggi italiani non sommersi dalle acque, ci sono rifugi, una trattoria alpina e un interessante centro visite dove viene spiegato, con dovizia di pannelli e audiovisivi, come funziona l’impianto e la produzione di energia.

Valle di Lei.

La Via Mala
Ripassate in discesa le boscose strette della Val Ferrera, rieccomi ad Andeer dove ritrovo per una decina di minuti la trafficata autostrada svizzera in direzione di Thusis e di Chur. Ma subito mi attende un’altra sosta per visitare la più impressionante gola delle Alpi. Pagati 6 franchi svizzeri per fare 400 scalini in discesa e salita, posso ammirare sotto i ponti le acque del Reno, che qui ha finalmente riunito i diversi rami sorgentizi.
La Via Mala, con pareti rocciose alte fino a 300 metri e il fondo strettissimo, era in passato il principale ostacolo sulla strada più breve che collegava il sud della Germania al nord Italia. Il nome, in romancio, le viene dai passaggi impervi e pericolosi, un tempo superati da semi-gallerie scavate nella roccia, sia in epoca romana che medievale, ancora in parte visibili.
Ora i ponti e le gallerie, a varie altezze, creano un architettonico e spettacolare gioco visivo. C’è come un senso di oppressione e di paura nel camminare tra scale e passerelle, quasi fossimo pedine di un secolare confronto tra l’uomo e la natura. Ritornare all’esterno della gola, per ritrovare la luce e il classico paesaggio svizzero, mi regala una sensazione di sollievo. Siamo a Thusis e da qui si ritorna verso casa.
Ma ve lo racconto la prossima settimana.

Val Mala.
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