Valle d’Aosta. Sui sentieri del Santo Padre

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Non ci sono più le mezze stagioni, verrebbe da dire. Quest’anno i colori d’autunno si sono visti poco, e allora sono andato a cercarli in giro, ma con poco successo. In Valle d’Aosta conosco alcuni luoghi dove c’è la possibilità di trovare il paesaggio giusto per qualche immagine d’effetto, come il piccolo altopiano di Saint-Nicolas, poco dopo Aosta. Ci sono stato un mese fa, convinto di trovare i colori giusti e invece – causa il ritardo del foliage e il brutto tempo – ho dovuto ripiegare sulla foto che vedete in testa a questa pagina, scattata un anno fa da un bravissimo fotografo e amico valdostano, Enrico Romanzi. 

Il Bois de la Tour
Di questo luogo ho un particolare ricordo risalente al 1990, quando ci andai per visitare un parco appena aperto, il Bois de la Tour. Si tratta di un bosco di abeti che occupa tutta una collina a poca distanza dal paese di Saint-Nicolas e dalle sue famose piramidi calcaree. In quel parco, che precipita con una parete sulla valle principale della Dora Baltea, erano stati appena tracciati alcuni sentieri con piazzole panoramiche e una innovativa cartellonistica che volevo conoscere. Uno di questi itinerari era stato attrezzato per non vedenti, con pannelli scritti in carattere braille e altre installazioni, ad esempio cestelli riempiti di pigne diverse, per riconoscere a occhi chiusi i vari tipi di conifere, oppure tronchi tagliati di abeti sui quali si potevano contare al tatto gli anelli di crescita.
Quella volta era un sabato di luglio e trovai nel parco una decina di agenti della forestale, apparentemente intenti ad un’opera di pulizia, che peraltro mal si addiceva alle loro divise, quel giorno impeccabili. Cortesemente mi fecero notare che il Bois de la Tour era chiuso per manutenzione e mi pregarono di uscire, con l’invito di tornare il giorno dopo.

I sentieri di Papa Wojtyla
Ma il giorno seguente, domenica 15 luglio 1990, avevo un appuntamento ben più importante, sempre in Valle d’Aosta. Papa Giovanni Paolo II era atteso in valle d’Ayas, per una S. Messa nella piana del Santuario di Barmasc, a mezz’ora a piedi dalla baita che affittiamo in quella valle.
Nei giornali valdostani di quella domenica, che davano il benvenuto a papa Wojtyla, appresi che il giorno prima il Santo Padre era stato a passeggiare nell’ora del tramonto proprio al Bois de la Tour di Saint-Nicolas. Ecco perché ero stato gentilmente allontanato!
Come è noto, a partire dal 1989 al 2004, per una decina di anni il Papa polacco scelse la Valle d’Aosta e il paesino di Les Combes per i suoi periodi di riposo estivo. Les Combes è davvero ad un tiro di schioppo da Saint-Nicolas, praticamente ad un paio di chilometri in linea d’aria, nel versante opposto della Valdigne. Quel santo Papa usava farsi portare con l’elicottero nei luoghi più belli e panoramici della Valle d’Aosta, per momenti di raccoglimento e preghiera al cospetto delle montagne che amava. E ogni anno sceglieva un santuario o un luogo significativo per una pubblica Santa Messa, come ad Oropa nel luglio del 1989.

La leggenda della sorgente
Il Santuario di Barmasch è una piccola chiesetta sopra Antagnod, situata a 1900 metri di altitudine e intitolata alla Madonna del Buon Soccorso. E il buon soccorso sembra derivare proprio dalla caratteristica di quella cappella, che ha sotto le sue fondamenta una freschissima sorgente, alla quale si ispira la leggenda legata alla sua origine.
Si racconta che un viandante passava da quelle parti portando sulle spalle un quadro della Vergine col Bambino. Qui sostò per dissetarsi e riprendere fiato, posando la sacra effige sopra un masso e fermandosi a riposare sotto un larice. Al risveglio, quando cercò di riprendere il quadro, non fu più in grado di sollevarlo. Corse allora a chiamare il parroco di Antagnod che riuscì, non senza benedizioni e preghiere, a portarlo nella chiesa parrocchiale.
Al mattino seguente, come tradizione vuole, il quadro era sparito e venne ritrovato nuovamente vicino alla sorgente di Barmasc. Portato con altre fatiche nella cappella di Lignod, villaggio al quale appartengono i pascoli di Barmasc, il quadro tornò nel solito luogo. A quel punto non rimase altro che edificare la chiesa sul posto, cosa che realmente avvenne tra il 1661 e il 1663.

Il Ru Courtod
La piana di Barmasc è il punto di partenza per la salita al Monte Zerbion, 2719 m, a parere di molti la più bella escursione valdostana per l’ampiezza del suo straordinario panorama e per la presenza lungo il sentiero della monumentale Via Crucis, considerata la più alta d’Europa.
Pochi minuti a monte dalla piana scorre il Ru Courtod, antico canale artificiale di irrigazione, costruito tra il 1393 e il 1433. Il canale prende l’acqua dal torrente omonimo, a 2150 metri di quota nel vallone delle Cime Bianche, sotto il Monte Rosa. Le sue acque scorrono per 25 chilometri sulla destra orografica della Val d’Ayas, attraversando pascoli e boschi di conifere, con tratti scavati nella montagna. Serviva – e serve tuttora – ad irrigare gli assolati versanti sopra Saint-Vincent, oltre il Col de Joux. Intubato alla fine del secolo scorso, è stato ripristinato in parte per fini turistici ed è ora possibile seguirne a piedi il corso con uno spettacolare itinerario che comprende una ventina di gallerie.

La storia dei Seletto al Courtod
Domenica scorsa ho percorso un tratto del Ru Courtod e ho avuto la fortuna di incontrare una persona che non conoscevo, originaria della valle di Mosso, ora abitante in provincia di Pavia. Sandro Seletto mi ha raccontato la storia dei suoi famigliari che – da tre secoli e fino a suo nonno – portavano d’estate le loro bestie, pecore e mucche, all’alpeggio Courtod, situato in testa alla valle di Ayas, proprio dove viene prelevata l’acqua per il canale.
Seletto ha voluto riprendere la tradizione di famiglia, integrando il suo lavoro di giardiniere con l’allevamento di una trentina di bovine, che d’estate porta nuovamente lungo il ru, nei bellissimi pascoli di Vascoccia, poco sopra il villaggio di Mandriou.
È stato davvero un’emozione sentire il suo racconto, condito da nomi conosciuti e famigliari di Veglio e della mia borgata mossese. E mi sono riproposto di approfondire la ricerca per raccontare meglio la sua storia su queste pagine. Intorno a noi, come ad ascoltarci, i larici stavano prendendo la distanza dagli abeti, vestendosi di giallo oro. Un vento leggero e freddo muoveva i loro rami, quasi a suon di musica, per un concerto destinato a durare per poco. In questo gran teatro montano scenderà presto un sipario di neve e l’ultimo assolo dei larici si perderà in una notte di gelo. E, come direbbe il poeta, sarà subito inverno.

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