Valle d’Aosta. Valgrisenche, una valle che riemerge

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La storia che vi voglio raccontare oggi, ambientata nella valdostana Valgrisenche, attiene di più alla stupidità degli uomini che non alla volontà del destino. La prendo alla larga. Se si parte dal Monte Bianco, la Valgrisenche è la terza sul versante orografico destro, dopo la Val Veny e dopo quella di La Thuile che porta al Piccolo San Bernardo. Oltre la nostra, a scendere verso Aosta si dipartono la Val di Rhêmes, la Valsavarenche, quella di Cogne e altre minori.

Una fragile valle
In tutte le vallate citate e nelle altre più famose, il buon Dio ha equamente distribuito paesaggi alpini da cartolina e villaggi sparsi sul fondovalle. Ma qui dev’essere arrivato stanco e con la sporta ormai semivuota. Per i primi otto chilometri, da Liverogne a salire, la strada deve districarsi tra rocce incombenti, cascate che ti sbuffano sul collo e piccole foreste in disordine. Non una casa e un caos ambientale che non rende giustizia. Poi – è vero – quando il tutto si calma e già si vedono lontane le cime innevate, inizia un bel tratto di valle pianeggiante e gradevole. Nei cinque chilometri che seguono, tra i 1500 e i 1700 m, troviamo graziosi nuclei di baite e la frazione capoluogo. Valgrisenche, appunto. Meno di duecento abitanti in tutto, in 113 kmq di territorio comunale. Tra i più grandi della Vallée come superficie ma probabilmente l’ultimo come densità. Il turismo c’è, nei limiti degli alberghi, b&b e agriturismi che si contano in due mani e di qualche seconda casa, con uno snow park che offre divertimento anche in inverno. Siamo davvero in una Valle d’Aosta che non ti aspetti, legata ad un modo di vivere che odora d’antico e che nel resto della Regione non si ritrova più.

Via da casa
Ma se può essere vero che il Creatore aveva un po’ trascurato questa valle, di sicuro della Valgrisenche non se n’erano dimenticati gli uomini, al punto di costruire nel nome del progresso un grandioso impianto idroelettrico, proprio nella parte più bella della vallata. Succedeva nel dopoguerra e alla fine degli anni Cinquanta un enorme e pauroso muro di una diga, alta 132 metri e larga 400, toglieva a tutti la gioia di vivere e il piacere di guardare a monte. Lo spazio oltre lo sbarramento, riempito da un lago che conteneva 70 milioni di metri cubi d’acqua, non era disabitato. Malgrado le proteste e le resistenze degli abitanti, furono evacuati cinque villaggi popolati tutto l’anno: Beauregard (che diede il nome alla diga), Sevey, Supleun, Fornet e Chappuis, destinati ad essere sommersi.

Riappare Fornet
In realtà l’invaso venne riempito completamente solo tra il 1960 e il 1963, anno del Vajont. A seguito del rilevamento delle critiche condizioni della sponda sinistra, il livello dell’acqua fu abbassato di oltre 60 metri, riducendo a un decimo – meno di 7 milioni di mq – la capacità reale della diga. L’instabilità del versante, più l’azione dell’acqua alla sua base, provocò una “deformazione gravitativa profonda”, come leggo su di un cartello, che avrebbe potuto compromettere la stabilità del muro. La riduzione fece riemergere le case di Fornet, il villaggio più abitato della Valgrisenche, che prima della Seconda Guerra Mondiale contava 45 abitanti.

Un enorme murales?
A testimoniare l’ennesimo fallimento dell’uomo rimaneva però l’inutile muro della diga, grande come cinque campi di calcio, affiancati e in verticale. Per fortuna nel 2011 si trovarono le risorse per abbassarlo di 50 metri, riducendone moltissimo l’impatto visivo e ridando luminosità alla vallata.
In questo modo la Valgrisenche è tornata a respirare. Mi viene in mente: perché non usare quella parete per disegnarci ogni anno, con vernici all’acqua che se ne andranno presto, dei grandi murales a tema, magari con i colori dei Drap in pura lana di pecora che vengono prodotti lì vicino?

Il Drap
La tessitura manuale è sempre stato il più antico mestiere della valle e giusto mezzo secolo fa è nata la cooperativa Les Tisserands per riprendere e rinnovare questa bellissima tradizione. Nel grande atelier al centro dell’abitato di Valgrisenche si vedono diversi telai a mano, con bravissime signore al lavoro e sono in vendita tutti i prodotti lavorati: capi d’abbigliamento in lana, sciarpe, poncho e scialli, tappeti e coperte matrimoniali, cappelli, borse, complementi d’arredo e altro. Si usa anche la lana delle pecore Rosset, razza autoctona valdostana, che viene fatta lavare e pettinare a Miagliano dall’amico Nigel Thompson.
Sabato 14 settembre, nell’ambito di Modelaine, primo festival della lana organizzato a Valgrisenche, si terrà un convegno dal titolo “La lana, materia preziosa, rinnovabile, naturale”, al quale parteciperà anche Thompson, ormai biellese d’adozione, e altri esperti nostrani.

Oltre il muro
Fuori dall’atelier di tessitura, un bel sole mi invita oltre il grigio di quello che rimane della diga. Ritrovo il lago, ora tranquillo e dalle rive rinverdite di fresco. Fornet è a un’ora di cammino, con il campanile leggermente inclinato e senza cuspide, e con le pietre che tradiscono la voglia di tornare dov’erano in origine, sul greto del torrente.
Da qui partono i sentieri per raggiungere alcuni rifugi in quota. Uno lo trovate già in questa stessa pagina, testato a tavola da Arnaldo Cartotto, mentre io sto andando verso il villaggio riemerso. Chiederò al direttore del giornale la possibilità di scambiare ogni tanto i ruoli…

Rifugio Chalet de l’Epée.

Rifugio Chalet de l’Epée Località Épée De Plontan, 10100 Valgrisenche tel. 0165 97215
La meta di oggi si trova in Valgrisenche, piccola e poco antropizzata valle laterale nella zona sud ovest della Valle d’Aosta, al confine con la Francia: è il rifugio Chalet de l’Epée, a 2370 metri di quota, costruito oltre trent’anni fa dai fratelli Gerbelle sui resti di una vecchia malga sull’Alta Via n.2, oggi anche punto tappa per il Tor des Geants. Si parte dai 1778 mt. di Usellières e il dislivello di circa 600 mt si copre in circa due ore di comoda passeggiata lungo la strada sterrata o il sentiero, entrambi panoramici, dai quali lo sguardo spazia sull’intera vallata; si attraversano boschi di larici secolari, le montagne e i ghiacciai fanno da sfondo, le cascate e i torrenti sono la colonna sonora, mentre i primi piani sono garantiti dagli stupendi colori dell’epilobio che si staglia contro il cielo azzurro di una bellissima giornata. Qua e là il fischio delle marmotte ci accompagna fino al pianoro, sul quale domina il rifugio. E’ una bella costruzione in pietra con all’esterno una fontana dall’acqua freschissima, alcuni tavoli su una pedana e una grande croce con un Cristo di legno che da una vicina collinetta guarda verso il rifugio e le vette. Appena entrati una giovane ragazza sorridente ci indirizza al tavolo che era stato preparato per noi, avendo prenotato al mattino presto. Ci raggiunge un ragazzo che con bei modi ci descrive il menu, dicendoci che sono tutti prodotti locali che vogliono valorizzare; noi scegliamo tartiflette, polenta con brasato e contorno di ratatouille, ci viene però portata ed offerta anche una bella fetta di fontina che siamo invitati ad assaggiare. Che dire, la tartiflette era gustosissima, il brasato di una tenerezza e gusto tali per cui abbiamo fatto il bis, la ratatouille il profumato contorno che proprio ci voleva. E la fontina? Buonissima, meritava veramente l’assaggio. Per il dessert la scelta è stata panna cotta ai frutti di bosco e torta con gocce di cioccolato. Anche il digestivo della casa (delicati mirtilli sotto grappa) è stato offerto. Con acqua, birra e caffè abbiamo speso 14,50 euro a persona, un conto onestissimo. Ci è piaciuta in particolare l’accoglienza, il servizio sempre con il sorriso, la passione nel descrivere i piatti, l’orgoglio nel presentare i prodotti locali. Tutto questo da ragazzi poco più che ventenni – Neal, Sylvie e Mathieu – che amano il proprio lavoro e la propria terra: bravi!

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