Valle di Mosso. Camandona negli affetti e nei ricordi

0
1108

La passeggiata che vi racconto oggi è di quelle che lasciano più segni nell’animo che nelle gambe. È un facile giro di un’ora e mezza, anche meno se non ti fermi. Ma ad ogni passo si aprono finestre piene di ricordi e altre che non si aprono da tempo, ma che celano dentro sorrisi conosciuti che non ci sono più.
In questa mattinata di novembre sono a Camandona per camminare sul classico anello di Carcheggio, un percorso pastorale particolarmente bello e luminoso. Lascio l’auto al bivio dopo borgata Mino, per andare  in piano sulla strada che faccio ogni anno a fine luglio, quel quarto d’ora che prelude alla festa di Sant’Anna in borgata Falletti. Con pochi passi si arriva alla caratteristica borgata Piazza, un tempo luogo di sosta per chi passava di qui, diretto agli alpeggi o alla val d’Andorno. Nell’arco d’ingresso al cortile è segnata la data 1725.

I tinivlin del Guelpa
Nell’ultima casa della borgata si trova un’antica bottega artigiana, rimasta com’era cinquanta anni fa. Qui si facevano i tinivlin e già allora era l’unica nel suo genere. Così scriveva la «Gazzetta del Popolo» nel settembre 1958: “Camandona vanta una originale attività artigianale che merita di essere segnalata. È la bottega di Germano Guelpa Piazza e i prodotti del suo laboratorio sono succhielli e trivelli con punta elicoidale, usati da falegnami, da ebanisti e in genere da chi lavora il legno. Sono fatti esclusivamente a mano, senza l’impiego di macchine, ma col semplice ausilio della forgia, del martello e della lima. La bottega del Guelpa è forse l’ultima del genere esistente in Piemonte. Tutte le altre, sopraffatte dalla concorrenza della lavorazione in serie, hanno dovuto sospendere l’attività.”
Il laboratorio si chiuse negli anni ’70 per causa dell’ingrato figlio del Guelpa, che scelse di fare un altro lavoro. Anche perché era mancino e per questo impossibilitato a torcere in maniera diritta i tinivlin
Ora vi chiederete come posso prendermi la libertà di dare dell’ingrato e del mancino all’amico Ilario Guelpa Piazza, ma in realtà è lui stesso a scriverlo nel suo libro «Alle origini di Camandona».
Già, perché il figlio del Guelpa, sia durante che dopo una vita di lavoro come dirigente tessile, non ha mai smesso di esprimere l’amore per il suo paese con ricerche storiche, pubblicazioni, con la presenza e l’accompagnamento culturale ad ogni manifestazione pubblica, anche come voce dei cori “Amici del Canto” e “Cantori di Camandona”.

Civiltà contadina
Da borgata Piazza a borgata Falletti sono nuovamente pochi minuti, ma c’è tempo per un’occhiata alla fontana del Lamun e al formidabile glicine che a primavera colora e profuma le case a schiera di borgata Guelpa, con le tipiche scale contrapposte che portano dalla stalla al primo piano. Le case di Falletti guardano a mezzogiorno, le prime attorno alla piazza hanno il sole del mattino, le ultime a ponente si appoggiano al ripido versante che scende al rio Bergugia e al lago originato dalla diga di Ponte Vittorio.
Il cammino continua sulla pista che in meno di mezz’ora ti fa passare sul ponte del torrente e poi sale con un paio di tornanti alla prima cascina di Carcheggio. Il bosco misto diventa un rado castagneto, lasciando in vista il prato, con mucche, capre e pecore al pascolo. Il luogo è animato dagli animali della famiglia Croso, che hanno la grande cascina in basso, più in altro altre mandrie ci fanno capire che qui la civiltà alpigiana è ancora qualcosa di reale e percepibile. Lontano, oltre il colle di Pratetto, si va vedere il Mucrone, già grigio di neve.

La man frêggia
Nelle baite più alte di Carcheggio ha vissuto per anni una mia zia paterna, la magna Milia, sorella di mio padre. La “E” iniziale del suo nome è sempre rimasta, per me, tra le lettere perse dell’alfabeto famigliare. Sposata a Camandona con Riccardo Sogno, detto Paia, teneva qui le mucche e faceva formaggio. Nella nostra casa a Mosso quel formaggio non c’era mai. Un giorno chiesi a mia madre il perché. La zia ha la man frêggia, mi rispose. Non capii, e quel formaggio non arrivò mai.
Alcuni anni dopo, ma ancora nello scorso millennio, ero a cena dal Giovanni della Renalda, oste di Camandona. Al formaggio mi presenta una particolare toma del posto. Chiedo, è di mia magna Milia? No, risponde, ha la man frêggia.
Un tempo, per misurare la temperatura, si immergeva il braccio nel latte fin quasi al gomito e a sensazione si decideva se era ora di estrarre la cagliata e metterla nelle forme. Avere la mano fredda come mia zia voleva dire far scaldare troppo la pasta e, in particolare nelle stagionature più lunghe, poteva dare al formaggio un gusto più cotto e meno saporito.

A Carcheggio Alto
Nella baita della magna Milia trovo suo nipote Paolo, figlio del Leo, mio cugino primo. Ha vissuto e lavorato per anni in Irlanda e da poco è tornato a vivere a Camandona, portando qui la moglie Ruth. Ha voluto rimettere a posto la cascina, la piccola cucina al pian terreno con la cantina e la grande stanza al primo piano. Mi ha fatto molto piacere la cosa, mi è sembrato di vedere e risentire la magna, seduta vicino al focolare. Ricordo che aveva una voce sottile, quasi un falsetto naturale che riempiva quella cucina come una musica fatta di parole. In un ripiano della stanza, Paolo ha allineato le foto incorniciate dei nonni e dello zio Dante, che aveva continuato il lavoro di alpigiano, lasciandoci troppo presto.
Sono venuto via da quel posto col magone che ti viene quando i luoghi e le persone che incontri ti toccano le corde più riposte e profonde.
La breve salita per il sentiero che porta alla Bunda Granda ci fa trovare la Strada dell’Alpe per tornare a Camandona e il mosaico di colori delle foglie a terra ci riporta all’umore giusto. Col sole basso di novembre, il Santuario di Sant’Anna al Mazzucco ha la facciata in ombra, con l’affresco della Madonna bambina in braccio alla madre.

Dove osano le aquile
Altre Madonne e santi, una decina, ci aspettano sui muri di Cerale, dove termina la mulattiera. Devo solo ritornare all’auto, passando per la frazione Mino. Ma un altro ricordo mi aspetta in quel breve tratto di strada. Era un lunedì di marzo del 1988, una giornata fredda e con un vento teso che spazzava il cielo. Stavo andando in auto verso Biella quando, al bivio per Callabiana, mi accorgo di una strana macchia bianca nel prato sopra il parcheggino, poco prima della frazione Mino.
Guardo meglio e vedo qualcosa che si muove. All’inizio mi sembrava un cane. Mi fermo, prendo la macchina fotografica e vado a vedere. Non è un cane, è un’aquila che stava per portarsi via una gallina.
La macchia bianca erano le sue piume disperse.
Con affanno ed emozione scatto – malamente – alcune foto, mentre il rapace vola via passandomi sulla testa. Intanto era arrivato il cugino Leo, richiamato dagli schiamazzi del pollaio di casa. La gallina era sua!
La foto dell’aquila in volo venne pubblicata su “il Biellese” del venerdì successivo, con il commento del naturalista Tiziano Pascutto, che evidenziava l’eccezionalità della presenza di un’aquila a Camandona. Meno contento era mio cugino, nel raccogliere i resti del banchetto.

Print Friendly, PDF & Email

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inerisci il tuo commento!
Per favore inserisci qui il tuo nome