Valtellina, Engadina, Alto Adige. Viaggio nel cuore dell’Europa

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Proprio nel momento in cui l’Europa politica viene messa fortemente in discussione, mi è venuta voglia di ritrovare quell’Europa storica e fisica che sapevo esserci nel cuore delle Alpi. L’ho fatto con un breve viaggio a cavallo di fine d’anno, in luoghi che conoscevo bene ma che non avevo mai visto sotto questo aspetto. E’ quasi una contraddizione: proprio dove sembra essere più radicata la voglia di autonomie – come nella Svizzera o nell’Alto Adige – si scoprono invece azioni e comportamenti che sono tipicamente europeisti. I locali accolgono gli ospiti con il sorriso, rispondono a tono e con facilità in italiano, in tedesco o in inglese, propongono le specialità locali ma sottobanco hanno anche paella, kebab e sushi. E l’unico confine che ho percepito, girando per qualche giorno tra Italia, Svizzera e Austria, è stata la lunga coda all’illogica dogana tutta italiana al Passo del Foscagno, tra Livigno e Bormio.

Mandare le acque
Se non fosse per un piccolo cartello blu con dodici stelle in cerchio e la scritta EU al centro, non mi sarei accorto di passare dall’Engadina svizzera al Tirolo austriaco. E se andiamo a cercare i veri confini orografici si capisce ancora meglio che siamo al centro fisico dell’Europa. L’esempio può sembrare irriverente, ma lo sciacquone nel bagno della mia stanza d’albergo a Livigno invia l’acqua nel torrente Spöl, da questo all’Inn e dal fiume Inn al Danubio per finire al Mar Nero. Mezz’ora prima e a pochi chilometri, i miei bisogni sono finiti in Adda, poi al Po e all’Adriatico. Per completare il marcamento del territorio, peggio di un cane con disturbi idrici, mi bastava andare al Pass Lunghin, presso St. Moritz, per mandare le mie acque verso il Reno e il Mare del Nord. Così, in quest’area mediana della catena alpina si sono mossi prima i Celti, poi i Romani, i Ladini e i Romanci, mescolando culture e idiomi, senza che le montagne fossero d’impedimento.

Cambiamenti climatici
Stabilito quindi che i confini esistono soprattutto nelle nostre menti, eccomi in partenza per fare mille chilometri in quattro giorni. Si va via con tranquillità e per una volta, approfittando delle vacanze natalizie, la tangenziale Nord di Milano scorre veloce sotto le nostre ruote. Sopra Lecco, il dentellato Resegone tiene fede al suo nome, mentre le lunghe gallerie della Statale 36 mi nascondono quel ramo del lago di Como che volge a levante. Quando, all’ingresso della Valtellina, riappaiono le montagne ancora spoglie di neve, vien da dire che non ci sono più le stagioni di una volta. Alla faccia di chi dice che il cambiamento climatico è un’invenzione degli ambientalisti. La cosa diventa eclatante a Bormio. Ci sono le competizioni di sci di Coppa del Mondo, il bravo Dominik Paris sta vincendo la sua seconda gara, ma il paesaggio brullo e autunnale evidenzia quello che le riprese televisive nascondono bene con le strette inquadrature. C’è neve artificiale solo sulla pista Stelvio, dove è stata tracciata la discesa. Per il resto, pascoli ben concimati, larici che perdono le chiome dorate, strade polverose.

Bormio.

Il piccolo Tibet
Tutto cambia dopo il Passo del Foscagno, neanche mezz’ora di strada. Complici le perturbazioni che scaricano neve al Nord delle Alpi, Livigno è tutta bianca, come si conviene al periodo di Natale. Per questo e per la sua temperatura solitamente molto bassa, la località è definita “il piccolo Tibet italiano”. Posta a 1800 m di altitudine, abitata da 5000 persone che si moltiplicano più volte con i turisti, Livigno ha il vantaggio di essere “zona franca”, una condizione che gli garantisce di essere esente dal pagamento di alcune tasse tra le quali l’Iva su molti prodotti, a cominciare dai carburanti. Così la benzina costa meno di un euro e un litro d’alcool etilico poco più di tre, garantendo un futuro liquoroso alle bacche di mirto che ho visto girare per casa. La fila di negozi duty free di Livigno si allunga per più di tre chilometri e a sera, con le luci, più che in un piccolo Tibet mi sembrava di essere in una minuscola Las Vegas. Ma la magia dell’inverno torna alla grande al mattino seguente, sotto una leggera nevicata. Le piste che circondano completamente la lunga piana sono piene di sciatori, altri turisti fanno fondo o calzano le ciaspole, altri ancora riempiono borse, quasi fosse un’attività sportiva anche lo shopping.

Livigno.

Romancio popolare
La strada che da Livigno porta in Engadina corre per dieci chilometri a filo del Lago del Gallo, passa sul muro di una grande diga ed entra in Svizzera con una galleria a senso unico di tre chilometri sotto il Mont la Schera. Siamo in un paesaggio impressionante per grandiosità e isolamento, quasi un mix tra un fiordo norvegese e un grande canyon americano. Qui il Parco dello Stelvio si unisce al Parco Nazionale Svizzero dell’Engadina. Da Zernez si scende verso Scuol e oltre nella bella vallata dell’Inn, ora candida di neve. L’autoradio ha beccato una emittente in lingua romancia che manda interviste e canzoni folk. Pur non conoscendo la parlata – un mix tra ladino e friulano, con accenti quasi… bergamaschi –  si comprende bene il filo dei discorso e torna il senso di apertura alla cultura continentale che si diceva all’inizio. Si entra in Austria per pochi chilometri, passando per Nauders, la strada sale piacevolmente e ci conduce al Passo di Resia, passaggio per la val Venosta. Siamo in Alto Adige.

Testimone silenzioso. O quasi…
Ero passato da Curon Venosta già altre volte, in altre stagioni. Quel campanile emergente dalle acque era ed è un’attrazione irresistibile, ma non l’avevo mai visto con il lago gelato. Le persone intorno ci danno la sua misura, molto più grande dell’immaginato. Se quel campanile potesse parlare, racconterebbe della “tragedia del lago di Resia” della quale è stato silenzioso testimone. Il progetto dello sbarramento era degli anni Trenta del secolo scorso, fatto dal regime di allora ma senza informare preventivamente la popolazione, che fu costretta a lasciare le case di Curon “in nome dell’interesse nazionale e per il rafforzamento dell’industria”. La seconda guerra mondiale ritardò i lavori ma nel 1950 tutti gli edifici di Curon e di altri villaggi vennero fatti saltare in aria, lasciando solo la torre romanica risalente al XIV secolo. Ma in alcune giornate d’inverno c’è chi giura di risentire le campane a morto.

Curon Venosta.

Il Sentiero di Sissi
Dal lago di Resia a Merano c’è un’ora di strada, tra gli infiniti meleti della Val Venosta. Sul percorso meritano una sosta l’abbazia benedettina di Marienberg, a Burgusio, riaperta dopo un attento restauro, e la città murata di Glorenza, inserita nel circuito dei “borghi più belli d’italia”. Merano è la più bella e la più asburgica delle località altoatesine, ora più accogliente per le luci e per i mercatini. Vi veniva a svernare l’imperatrice Elisabetta d’Austria e il “sentiero di Sissi” unisce la Passeggiata d’Estate – dove si trova la statua che la raffigura – alla sua residenza del Castel Trauttmansdorff. I giardini e gli ampi parchi, gli edifici in stile liberty e i grandi alberghi, i portici medievali e le terme creano un’atmosfera raffinata e ospitale che conquista i visitatori. Ma per il mio viaggio nel cuore dell’Europa è venuto il tempo di tornare. Per quali strade? Ve lo dirò più avanti, se me ne verrà voglia.

Marienberg.
Merano.
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