Confindustria, i limiti del piano

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Alle Assise di Verona di Confindustria gli imprenditori, in vista delle elezioni del 4 marzo, hanno presentato un piano di investimenti da 250 miliardi di euro che, con il mantenimento del Jobs Act, della riforma sulle pensioni e del progetto “Industria 4.0”, potrebbe garantire in 5 anni 1,8 milioni di occupati in più, una riduzione di oltre 20 punti nel rapporto tra debito pubblico e Pil, una crescita di quest’ultimo intorno ai 12 punti e un aumento dell’export di consistenza superiore all’attuale domanda del mercato mondiale. Il piano, rammentando la negativa esperienza con il referendum costituzionale di dicembre, quando Confindustria scese apertamente in campo accanto a Matteo Renzi, non sarà accompagnato dal sostegno a forze politiche che possano sottoscriverlo. È un’iniziativa interessante che gli industriali legittimamente portano avanti approfittando della campagna elettorale in corso per impegnare su questi temi il futuro governo. Tuttavia la notizia solleva qualche perplessità. Anzitutto il piano non tiene conto che da qualche anno nella nostra economia nazionale il terziario ha superato per consistenza e Pil prodotto il settore manifatturiero, per cui un progetto orientato solo sull’industria potrebbe risultare quanto meno incompleto se non dovesse tenere conto di altre realtà economiche come commercio, artigianato, turismo e anche cultura. In secondo luogo una simile iniziativa, molto calata dall’alto su tutto il territorio nazionale, sarebbe senza dubbio più efficace se venisse intrapresa  con maggiore flessibilità che in passato, tenendo conto delle specificità dei territori che sono l’ossatura del nostro sistema produttivo. Infine, con 120 di questi 250 miliardi finanziati dal bilancio pubblico e 93 da fondi europei (sempre pubblici), occorrerebbe almeno garantire un rendiconto periodico sugli obiettivi raggiunti, perché i soldi sarebbero di tutti gli italiani.

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