Il primato dell’infelicità

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Questa volta i numeri fanno davvero paura. Che Biella occupasse una parte importante nella triste classifica dei suicidi lo si sapeva da tempo, ma quanto avvenuto nello scorso fine settimana provoca un’angoscia intollerabile. Sono stati infatti ben sette i tentativi, annunciati, portati a termine, o anche solo minacciati, di togliersi la vita da parte di altrettante persone che evidentemente avevano raggiunto un livello di disperazione non più sopportabile. Per fortuna quasi tutti sono stati sventati o prevenuti, ma sapere che così tante persone abbiano pensato nello stesso momento o quasi di farla finita in un piccolo territorio come il nostro è davvero inquietante. I motivi addotti per un gesto così tragico e definitivo sono diversi: dai problemi economici, alle delusioni d’amore, agli stati di depressione. Ma non è questo su cui si deve indagare per contrastare questo fenomeno. Non è sulla presenza o meno di barriere sui ponti che occorre discutere e dividersi. Intercettare un aspirante suicida prima che compia il suo terribile gesto è un compito che chi opera nella rete territoriale dei servizi socio-sanitari svolge ogni giorno con dedizione. È logico che da queste persone arrivi sempre più forte la richiesta di interventi di prevenzione anche fisica (come le barriere) per scoraggiare anche per un solo decisivo istante questi disperati. Chi invece governa il territorio e lavora per il benessere dei cittadini e, più ambiziosamente, per la loro felicità, deve invece capire come mai da noi la frequenza di questo fenomeno è così elevata. Problemi economici, di cuore o di depressione ci sono dappertutto in Italia, anche in misura maggiore. E di barriere avrebbero bisogno chissà quanti ponti. Ma la domanda da porsi è: come mai ben sette individui, in un solo fine settimana, hanno deciso di farla finita solo qui a Biella?

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