Dovranno fare emergere le responsabilità nella mancata esecuzione della pena di Said Mechaquat che dallo scorso aprile avrebbe dovuto scontare una condanna a 18 mesi. Oggetto d’interesse la contestata nomina del dirigente Valerio Tenga.

Da ieri mattina sono al Palazzo di Giustizia di Torino gli ispettori inviati dal Ministero per fare luce sul caso di Said Mechaquat, il ventisettenne che il 23 febbraio ha ucciso Stefano Leo, il commesso biellese che da pochi mesi si era stabilito nel capoluogo, nonostante una condanna definitiva a 18 mesi senza condizionale per maltrattamenti in famiglia. Intanto iniziano a emergere alcuni dettagli sulla vicenda. Sembrerebbe, come riporta l’Ansa, che oltre a uno stallo nell’esecuzione della pena ci sia stato anche un errore di notifica. La sentenza di condanna nei confronti di Said Mechaquat era diventata definitiva perché la Corte d’appello, su richiesta dell’Avvocato generale Giorgio Vitari, nell’aprile del 2018 aveva dichiarato ‘inammissibile’ il ricorso in appello. Secondo quanto è stato possibile ricostruire, però, la notizia non fu comunicata al suo difensore dell’epoca (un legale d’ufficio) ma a un altro avvocato, Basilio Foti, indicato evidentemente dallo stesso Said, che però non aveva mai assunto l’incarico e, peraltro, con il giovane non era mai entrato direttamente in contatto. Tra le circostanze vagliate dagli ispettori potrebbero esserci le contestazioni che nel 2016 accompagnarono la nomina di Valerio Tenga a capo del personale alla Corte d’appello. In quell’occasione l’allora presidente della Corte, Arturo Soprano inoltrò a Roma una protesta formale contestando la competenza professionale del dirigente. Anni prima Tenga era stato ‘bocciato’ dal consiglio giudiziario per l’attività prestata al tribunale di Biella, dove era applicato come reggente: alcune delle sue scelte organizzative, fra l’altro, avevano destato le proteste dell’Avvocatura locale. Secondo quanto è stato possibile ricostruire, il consiglio giudiziario espresse un parere negativo; l’applicazione giunse alla scadenza naturale e non fu rinnovata. Intanto su questa triste vicenda interviene anche il sindacato dei cancellieri giudiziari Confsal Unsa. «Mi auguro che facciano chiarezza al più presto e che il Ministero risolva i problemi che denunciamo da anni, altrimenti ci saranno altri casi come quello di Stefano Leo. Se qualcuno pensa di liquidare la questione a tarallucci e vino, come succede di solito in Italia, si sbaglia di grosso. Sono stanco di battermi il petto e sono pronto ad azioni eclatanti: se necessario mi incatenerò personalmente davanti al Palagiustizia di Torino, ma prima di arrivare a tanto ho già pronta una serie di azioni volte a tenere alta l’attenzione sull’argomento». Così Massimo Battaglia, segretario generale di Confsal Unsa. Battaglia ha preannunciato un’interrogazione parlamentare sull’argomento e un esposto alla Procura della Repubblica.

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