«La mia vita di frontiera, e di lotta per l’ambiente». La storia del fotografo del National Geographic Stefano Unterthiner

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Il fotografo del National Geographic Stefano Unterthiner, dopo Vittorio Sella, è il secondo italiano a collaborare con la prestigiosa rivista naturalistica. Fino a giugno espone al Forte di BardMacaca Nigra, questo è il nome scientifico del cinopiteco, endemico del Sulawesi settentrionale (Indonesia) considerato uno dei venticinque primati più a rischio d’estinzione dall’unione internazionale per la conservazione della natura. Troublemaker, il cui nome significa “combina guai”, è il cinopiteco più famoso del mondo e lo si deve a Stefano Unterthiner che lo ha immortalato (foto a centro pagina) con il suo sguardo dispettoso su una spiaggia. Uno scatto quello, nato quasi per caso, nel corso di una vacanza. L’incarico di documentare la tragica situazione di questo primato sarebbe arrivato dopo. Uno scatto altrettanto celebre di Unterthiner è quello che racconta la storia di Nona, un esemplare cucciolo in cattività (foto a fianco). Nona è incatenata a una sedia fuori casa dove viene tenuta come animale domestico. La scena è resa particolarmente toccante perché Unterthiner ha incluso nella sua immagine l'ombra dell’animale, la sua catena e un albero, sottolineando così la libertà che il piccolo animale ha perso. Tenere questo animale in cattività è illegale. Tuttavia, la legge viene raramente applicata, in particolare nelle aree remote. La storia di Nona ha avuto un esito positivo grazie anche all’impegno di Unterhiner e delle associazioni animaliste presenti in loco. La libertà di Nona è stata “comprata’ e l’animale è stato affidato a un centro specializzato per la reintroduzione nel suo habitat. A minacciare la sopravvivenza di questa specie oltre alla caccia, la carne è ritenuta molto pregiata — gli adulti vengono cacciati e i cuccioli allevati come animali domestici finché non crescono troppo —, è la deforestazione con conseguente perdita di habitat. Negli ultimi 30 anni la popolazione di cinopitechi si è ridotta del 90% e ad oggi ne rimangono poche migliaia. La deforestazione è un fenomeno legato all’agricoltura intensiva e alle piantagioni palme da olio. «Quello che la mia fotografia vuole fare è testimoniare e spingere se possibile a cambiare e ad assumere stili di vita nuovi che possano avere un impatto positivo sulle dinamiche della conservazione. On Assignment, una vita selvaggiaAl Forte di Bard resterà aperta fino al 2 giugno Visitabile tutti i giorni fino al giorno della Befana La mostra “On Assignment, una vita selvaggia” che raccoglie 20 anni di fotografia naturalistica di Stefano Unterthiner la si può visitare al Forte di Bard con continuità fino al giorno della Befana. Fino al 6 gennaio infatti il Forte non osserva giorni di riposo. Nei giorni feriali l’orario di visita è dalle 10 alle 18, nei festivi dalle 10 alle 19. A partire dal 7 gennaio fino al 31 dello stesso mese il Forte di Bard resterà chiuso per permettere l’esecuzioni di alcuni lavori e conseguentemente non si potrà visitare neppure la mostra. Da febbraio fino al 2 giugno gli orari torneranno ad essere i soliti. Nei feriali 10-18, festivi 10-19. Dal primo febbraio al primo marzo la chiusura è però anticipata di un’ora. Il giorno di chiusura settimanale è il lunedì. Le tariffe sono: intero 7,00 euro, ridotto (6-18 anni e over 65) 5,00 euro e scuole 3,00 euro. Per info: www.fortedibard.it T. + 39 0125 833811 – 833818 [email protected] L’antefatto IN MONTAGNA CON LO ZIOUna sezione della mostra “On Assignment, una vita selvaggia”, è dedicata agli scatti realizzati da Stefano Unterthiner sulle montagne di casa, sui sentieri del Gran Paradiso, sui ripidi versanti dell’aspra Valsavaranche, la sua Valsavaranche. Le immagini immortalano una montagna fatta di silenzi. Unterthiner lo si può definire anche come il fotografo delle nebbie. Quando lo incontriamo, a metà dicembre, a Bard, ha da poco smesso di piovere. Le nubi sono ancora basse. «Ecco, sì, oggi sarebbe il giorno giusto per uscire sul terreno con la fotocamera». Le fotografie scelte per la mostra appartengono a quelle scattate per un incarico del National per raccontare il Gran Paradiso, un’area protetta che, forse unica, può vantare una storia che è quasi romanzo, quella di un re cacciatore che crea una vasta riserva e salva così lo stambecco destinato dal bracconaggio alla quasi certa estinzione. Quell’incarico del National si sarebbe poi trasformato nel libro “ Il sentiero perduto” che tanto successo ha avuto vincendo numerosi premi. «Tutto è iniziato su quelle montagne, su quei sentieri dove mi portava mio zio Paolo. La prima macchina fotografica me l’ha prestata lui, assieme ai preziosi rullini. Non potevo sapere che poi sarei diventato zoologo e che il mio destino sarebbe stato la fotografia». Spiega: «la mia fotografia mostra una montagna discreta, silenziosa, in cui gli animali sono piccole presenze lontane, quasi nascoste nel paesaggio». Unterthiner dice: «Oggi il Parco del Gran Paradiso sta bene e negli ultimi anni la biodiversità è cresciuta con il ritorno del gipeto, del lupo e ora anche del cervo. Il prossimo passo che piò fare il Parco, ma credo che questo sia nell’ordine di idee dell’Amministrazione, è quello di crescere nella comunicazione. I guardiaparco dovrebbero diventare un po’ una sorta di quello che si immagina siano i ranger dei parchi americani. Pronti a raccontare ai visitatori la ricchezza di questi ambienti».  Stefano con la moglie Stéphanie e i figli Rémi e Bahia in “prima linea” come testimonial di un nuovo impegno civileALLE SVALBARD PER RACCONTARE IL CLIMA CHE CAMBIAStefano Unterthiner è la sua famiglia. La moglie Stéphanie lo ha sempre accompagnato nei sui viaggi per il mondo. «Rémi, sei anni, ha spento la sua prima candelina in Thailandia e imparato a camminare in Finlandia. Bahia, due anni, è nata in Centro Italia (dove ha ‘visto’ i suoi primi lupi) e festeggiato un anno di vita in Nuova Zelanda» racconta. Ora Stefano, con la moglie e i figli, sono i protagonisti dell’iniziativa “Una famiglia nell’artico”, un progetto che vuole contribuire a testimoniare come il cambiamento climatico stia producendo effetti oggi e riguardi da vicino tutti. «Dobbiamo capire che a rischio non c’è tanto l’ambiente che sa rigenerarsi. A rischio è la sopravvivenza nostra, di noi stessi, dei nostri figli» dice Stefano. «Il progetto è iniziato a settembre del 2019 e se troveremo chi ci supporta proseguirà fino al 2021. Trascorreremo oltre un anno (fino a 24 mesi, a seconda del materiale raccolto) a Longyearbyen, l’abitato principale dell’arcipelago delle Svalbard e centro urbano più a Nord del mondo». Stefano aggiunge: «Vogliamo raccontare quello che sta accadendo nell’Artico portando i nostri figli nel luogo dove i mutamenti climatici si stanno manifestando più rapidamente che in qualunque altra regione del pianeta. Crediamo che la nostra avventura artica possa ottenere una grande visibilità nei media e riuscire a far riflettere, divulgare con immediatezza ed empatia, la necessità e l’urgenza di agire. Vogliamo contribuire, come famiglia, alla richiesta di un cambiamento all’interno della società».Il fotografo spiega: «Vogliamo fare un’informazione rigorosa, soprattutto capace di emozionare ed ispirare; di muovere le coscienze e spronare la società e la politica all’azione, a comportamenti e scelte più consapevoli e rispettose nei confronti dell’ambiente. Crediamo che un approccio più emozionale, piuttosto che allarmistico e puramente didattico, possa riuscire a comunicare con maggiore efficacia, come suggerito da numerosi studi cognitivi, il cambiamento climatico». Perché le Svalbard? «L’Artico si sta riscaldando sempre più rapidamente. La parte settentrionale del mare di Barents, in particolare, sta subendo il più veloce aumento di temperatura dell’intero Circolo Polare Artico, nonché il tasso più elevato di riduzione della superficie di ghiaccio marino: è stato osservato che in quest’area si sta verificando il passaggio da un clima artico a uno di tipo atlantico. Nel Mare di Barents, le Svalbard detengono un primato negativo: è il luogo in cui i cambiamenti climatici stanno avvenendo più rapidamente che in qualunque altra regione del mondo. Il luglio 2019 è stato il 104° mese consecutivo che ha registrato una temperatura mensile superiore alla media». “Una famiglia in artico” nelle scorse settimane ha goduto di una “finestra” offerta dal Tg3 e Stefano, in Italia qualche giorno per l’inaugurazione della mostra “On Assignment: una vita selvaggia” è stato ospite della trasmissione Geo di Rai 3. Media partner dell’iniziativa è il Corriere della Sera. «La fotografia è uno strumento potente di comunicazione ma non è sufficiente. Ora vorrei poter trovare le risorse per finanziare la creazione di contenuti, articoli, servizi, in modo di raggiungere più persone possibili. Ognuno di noi ha il dovere di fare qualcosa. Il tempo si sta esaurendo e dobbiamo cambiare il nostro stile di vita. Sarà sufficiente? Non lo so. Bisogna provarci». E se la politica sembra ancora sorda, come dimostra il vertice del Cop25 (Conferenza Onu sul Clima) di Madrid terminato con il rinvio dell’agenda di un anno, la società civile, in particolare i giovani, grazie anche alla forza comunicativa della sedicenne Greta Thumberg, no. «Il messaggio di Greta è importante. Speriamo che anch’io con la mia famiglia si possa essere utili alla causa».Falso mito UN CAPODANNO DAL SAPORE AMARO«Dimenticate le Svalbard come “destinazione sostenibile”. È tutto falso», a dirlo dalla sua pagina Facebook è Stefano Unterthiner rientrato da pochi giorni nelle isole in cui si è trasferito a vivere con la sua famiglia per essere testimone dei cambiamenti climatici, lì ancora più evidenti che altrove. «Le Svalbard sono soltanto l'ultima esclusiva località turistica, dove residenti e visitatori possono fare quasi qualsiasi cosa e il governatore è sempre al di sopra della legge» aggiunge prima di raccontare un episodio che non può non lasciare indifferenti accaduto la notte di Capodanno: «Poco dopo la mezzanotte ero fuori a fotografare alcune renne (disturbate tra l'altro dai fuochi d'artificio, come essere in un qualunque altro centro città...) quando, poco distante, un orso polare è stato ucciso dal governatore: una decisione presa non a seguito di una situazione d'emergenza, ma soltanto perché recentemente il giovane maschio era entrato 3-4 volte in città. Buon anno Svalbard...».

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