Cosa emerge dall’ombra?

L’intervento di don Roberto Maier a margine dell’inaugurazione della Crocifissione di Lorenzo Puglisi “Un tempo immobile” dedicata a Pier Giorgio Frassati

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento di don Roberto Maier pronunciato nell’occasione dell’inaugurazione della Crocifissione di Lorenzo Puglisi collocata nella chiesa del Cangio a Pollone. L’opera è un dono della Fondazione Crb nel 125° anniversario del battesimo di San Pier Giorgio Frassati.

Ha messo da parte denaro sufficiente per andare dove vuole, e di sicuro ne ha abbastanza del sole della Florida – che adesso, dopo lungo studio, ritiene più dannoso che utile per l’anima. Secondo lui è un sole machiavellico, un sole ipocrita, e la luce che irradia non illumina le cose, ma le oscura – accecandoti con il suo fulgore continuo, troppo intenso, che ti batte addosso con vampate di vaporosa umidità, destabilizzandoti con i suoi riflessi simili a miraggi e con le onde barbaglianti di nulla. È tutto brillii e luccichii, ma non reca sostanza, né tranquillità, né tregua.

Paul Auster, Sunset Park, cap. 1

Incomincia così, nel romanzo Sunset Park, l’avventura di Miles Heller, il personaggio attorno a cui si raccolgono le narrazioni di ragazze e ragazzi come lui feriti dalla vita, accomunati da una vulnerabilità in virtù della quale le fragilità di uno si compongono con quelle dell’altro. Tutti e tutte indistintamente attraversati da ferite profonde, giovani uomini e giovani donne su cui si stende dal rispettivo passato un’ombra sinistra di colpa (forse innocente), costruiranno una piccola comunità occupando illegalmente una catapecchia nel cuore di New York. Il sole della Florida – il medesimo sole che splende ancora oggi su Guantanamo, che non è solo un nome del passato, visto che pochi mesi fa vi è passato Nicholas Maduro, poco dopo la sua cattura – il sole della Florida, dice Miles, non illumina le cose, ma le oscura, con «onde barbaglianti di nulla».

La contemporaneità, l’epoca che viviamo, quest’epoca piena di luce, ci sta mostrando qualcosa di nuovo nella millenaria tensione simbolica tra luce e tenebre. Un’epoca piena di strumenti luminosi, di luci intelligenti, che pure rimane un’epoca senza nome: post-modernità la chiamiamo, ma una negazione non è certo un nome, è solo una scorciatoia che gli umani spesso percorrono quando devono disegnare le identità e, non sapendo come farlo, si appoggiano disperatamente a qualcos’altro, come un uomo che affoga, nella speranza che la vittima sacrificale ci tenga in piedi (non fare la femminuccia, non comportarti come un selvaggio, non mangiare come un animale, diciamo talvolta ai nostri figli). Viviamo in un’epoca capace di fare luce su tutto salvo che su se stessa, realizzando ancora plasticamente la profezia dei filosofi del Novecento, come Merleau-Ponty, per il quale il confine tra il visibile e l’invisibile è nel soggetto: insuperabile non è l’opacità del mondo, ma l’opacità del soggetto.

Viene il sospetto che sia per questa luce «barbagliante di nulla» e per il suo paradosso pervicacemente negato dalla grande narrazione del progresso che molti uomini e molte donne della post-modernità vanno disperatamente alla ricerca dell’ombra, del misterioso, dell’oscuro, del complotto, delle verità non dette: fatto fuori l’invisibile dal discorso moderno, nel post-moderno il visibile è rilevante solo se nasconde qualcosa; il fascino di ciò che è occultato è più seducente della verità stessa. Il richiamo dell’ombra ha molti uditori, molti seguaci, una nazione silenziosamente raccolta attorno al vuoto. Non c’è disciplina, non c’è ambito dell’intelligenza che non ne sia attraversato (esiste un’ombra gettata sulla scienza, un’ombra gettata sulla politica, una persino sul corpo ecclesiale e, soprattutto, un’ombra fitta avvolge i nostri figli). Tutti noi figli dell’epoca delle idee chiare e distinte, indistintamente, ne restiamo sgomento: scienziati, cittadini, credenti, padri e madri). La risposta più comune è questa: ancora più luce, ancora più chiarezza. Più informazione, più formazione, più dimostrazione… ma è una risposta inefficace: la crepa attraverso cui entra il buio non sembra più componibile. Un’ombra è avanzata sotto i nostri occhi, un’ombra che sembra ormai inarrestabile, pervicacemente coltivata da alcuni, efficacemente presa in prestito da altri. Una marea nera che era stata annunciata da voci profetiche: Pasolini, Turoldo, Ivan Illich, solo per citarne qualcuna. Tutti della generazione successiva a quella di Pier Giorgio Frassati, ossia una generazione che aveva visto terminare, almeno apparentemente, la grande tenebra; eppure, in essa, alcuni ne hanno preannunciato il ritorno, oppure hanno semplicemente notato che l’ombra non se ne è mai veramente andata. Li abbiamo ascoltati poco, come fossero Cassandre eccentriche e visionarie. E ora siamo sgomenti.

Guardando per la prima volta le opere di Lorenzo Puglisi vi si legge, certo, anche questo sgomento. Nel fare riferimento alle grandi figure del passato, a quell’immaginario che si è impresso nelle nostre memorie culturali, Puglisi ha la semplice ma geniale intuizione di aumentare l’ombra, come per ricordarci che il loro riferimento non è più ovvio, che qualcosa le ha inscurite: forse l’uso stesso che ne abbiamo fatto, forse la loro permanenza nel linguaggio comune, forse il sopraggiungere dell’eccesso di luce in Occidente. Ma non c’è restauro che possa togliere questa patina, perché l’opera pittorica, a differenza del restauro, non sottrae materia, ma può solo aggiungerla. La materia pittorica diventa luce, come incominciò a fare Caravaggio, partendo da un’imprimatura nera e invertendo il cammino: non più dal chiaro allo scuro, ma dall’ombra alla luce. La luce che Puglisi aggiunge è materica, la sua è un’opera di posa di veri e propri fasci di luce; o forse fasce di luce, bende di luce, che fanno tornare alla mente ai drappi con cui Igor Mitoraj cura le antiche figure classiche, ormai in rovina. Puglisi sembra regalare la stessa cura al nostro cristianesimo dal corpo vulnerato, come il Samaritano che fascia le ferite versandovi vino e olio; è una luce che ripara, che riscatta traendo dall’ombra, ma senza nascondere le cicatrici, senza falsa solennità o, meglio, senza altra solennità se non questa pietas.

Ma non c’è solo questo sgomento nei confronti di una lingua e di un immaginario sprofondati nell’ombra. Perché, appunto, non c’è solo luce: c’è soprattutto ombra, forse non solo l’ombra del declino, forse anche quell’ombra originaria in cui tutto può ancora accadere e dunque in cui tutto deve ancora accadere. L’ombra del grembo, insomma.

Non sono un critico d’arte e le mie osservazioni si fermano qui, ma vorrei fare ancora qualche passo grazie al Vangelo. Nel Vangelo la luce della vita non è quella luce che appiattisce e oscura le cose, di cui parla Paul Auster: per il cristianesimo la luce è, appunto, della vita e la vita è piena di oscurità, di umori, di antri, di grembi, di organi. La luce è la vita di un uomo, con la sua storia drammatica, quella storia in cui, come dice il teologo Balthasar, «l’essere, una volta, fu nell’esistenza». Questa è la luce della vita, non quella delle idee chiare e distinte in cui non c’è esperienza, ma esperimento; sotto la luce del Vangelo ogni cosa è rilevante: i piedi dei discepoli, il profumo di nardo, il tradimento e le lacrime, la vita intera, dall’oscurità del grembo alla profondità degli inferi in cui il Figlio scende dopo la morte.

Un episodio, in particolare, mi piacerebbe accostare a questa crocifissione. Racconta il Vangelo di Giovanni (l’Aquila del tetramorfo, che per i medievali era l’unico animale capace di fissare lo sguardo nella luce diretta del sole senza diventare cieco) l’incontro tra Gesù e un uomo cieco dalla nascita. È uno dei contrappunti evangelici più mirabili e complessi tra luce e tenebre, in cui il peccato, in fine, non è non vedere, ma credere di vedere quando si è ciechi. L’episodio incomincia con la guarigione del cieco, come è noto. Ma la guarigione non avviene in presenza di Gesù: non è il volto del suo salvatore la prima visione. Di lui, il cieco ha conosciuto solo la voce, come un’ingiunzione: lavarsi nella piscina di Siloe, la piscina dell’inviato. Quando apre gli occhi per la prima volta (la prima volta: non è una guarigione questa, è una vera e propria creazione, fatta con il fango con cui fu fatto l’umano al mattino del mondo), il cieco non vede Gesù. Vede un mondo ostile, una folla incredula, sacerdoti che lo accusano di essere un impostore. Rimanendo in questa ombra, l’ombra della non-conoscenza di Dio, l’uomo cieco ha l’ardire di credere, aggrappandosi a una parola (quella di Gesù) e a un sentire (l’evidenza di ciò che è accaduto al suo corpo). La fede del cieco nato è coraggiosa: sfida da solo coloro che credono di vedere e per questo sarà buttato fuori dalla Sinagoga. È una fede che anticipa la visione: quando, alla fine, Gesù lo cercherà per mostrargli il suo volto, tutto sarà già compiuto.

È la stessa dinamica che Cristina Campo legge nella favola di Belinda e il mostro (La Bella e la bestia di Disney): il mostro diventa principe quando non serve più, quando Belinda si è innamorata di lui vincendo l’orrore. La bellezza è solo un soprammercato della grazia. Non dovrebbe, un cristiano, dire la stessa cosa della Risurrezione di Gesù? La salvezza non è forse già tutta nel cammino verso la croce (durante la quale la verità viene detta persino dai cuori di tenebra degli avversari di Gesù)? La Pasqua non è forse già tutta nella morte (e anche la Pentecoste: «emise lo spirito», dice l’evangelista)? La Risurrezione – che pure è necessaria – per la fede è solo il soprammercato della grazia: per questo il Risorto esibisce le sue ferite aperte.

Si può guardare così il crocifisso di Puglisi, dunque: qualcosa (forse tutto) si compie nell’ombra e dall’ombra emerge. C’è vita nell’ombra, c’è vita nelle nostre ferite e nella nostra vulnerabilità, una vita ben più interessante della luce fredda di ciò che è chiaro e distinto, perché nasce nel buio del grembo e viene partorita con dolore. C’è una vita nelle cose e il compito della luce non è dimenticarle, ma prendersene cura, fasciandone le ferite (Sunset Park è un romanzo pieno di personaggi che aggiustano cose vecchie e che collezionano oggetti abbandonati). Si può leggere questo crocifisso, insomma, nella luce della Pasqua: nell’ombra di ciò che non abbiamo saputo vedere, perché eravamo impegnati a salvarci, c’era la salvezza attesa da secoli. La postura della fede non va in cerca dell’oscuro, perché vi rimane perennemente immersa.

Vorrei terminare con una parola che va oltre l’opera di Lorenzo Puglisi. C’è un’altra ombra pervicacemente negletta nella vita umana: quella che noi stessi gettiamo attorno. Non perché siamo tenebrosi, ma per il semplice fatto di esistere. Certo, il mondo è pieno di nazioni che, per il solo fatto di esistere, coprono di macerie altre nazioni; ma non parlo solo dell’ombra della violenza: essere al mondo significa sempre fare ombra. La più dimenticata delle ombre, la più implicita delle ombre, sta diventando anno dopo anno più fitta. Il prezzo del nostro essere, il prezzo del nostro stesso abitare, il prezzo delle nostre idee chiare e distinte; stare al mondo ha un prezzo: l’ombra che gettiamo. Sulla terra che ariamo, sull’altro che diciamo di amare, sulla società che copriamo di pretese: perfino i diritti più sacrosanti, giustamente pretesi, stagliano ombra e scompigliano il mondo.

Troppo spesso ci siamo separati da quest’ombra, come se non fosse cosa nostra: come Peter Pan – quello vero, di James Matthew Berrie, è un ragazzo senza memoria, senza cuore e senza ombra – l’abbiamo dimenticata da qualche parte, come se non ci appartenesse. Invece c’è: non si può farne a meno di gettare ombra, non c’è scampo; questo, però, non è un buon motivo per ignorare il nostro debito, per eliminarlo dal calcolo. Il tema è tornato più volte nel magistero di Papa Francesco nell’immagine delle periferie esistenziali che non sono solamente ‘i poveri’, ma sono quelle periferie che generiamo tutti noi, per il solo fatto di proporci come un centro.

Ecco, il libro degli Atti degli Apostoli dice che anche Pietro gettava la sua ombra, ma racconta che l’ombra di Pietro era in grado di guarire coloro che copriva. Se non possiamo evitare che la nostra presenza getti ombra sul mondo, possiamo senza dubbio provare in tutti i modi a far sì che sia occasione di ristoro, di guarigione, di bene.

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