La luce che nasce dall’ombra: la Croce
per San Frassati
Pollone Inaugurata giovedì l’opera realizzata dall’artista Lorenzo Puglisi per celebrare il 125° anniversario del battesimo di Pier Giorgio
C’è un momento, entrando nell’oratorio dei Santi Fabiano e Sebastiano al Cangio, a Pollone, in cui lo sguardo si ferma e il tempo sembra trattenere il respiro. Lo si percepisce subito: non è solo una visita, è un incontro.
È accaduto ieri, giovedì 9 aprile, nel giorno della presentazione della Crocifissione di Lorenzo Puglisi, donata dalla Fondazione Cassa di risparmio di Biella alla comunità nel 125° anniversario della nascita di Pier Giorgio Frassati. Una giornata scandita da due tempi distinti e complementari: al mattino, il momento riservato alla stampa; alla sera, l’incontro pubblico, partecipato e intenso, in cui l’opera ha trovato la sua voce più profonda.
Ma al di là della cronaca, ciò che resta è lo stupore.
Entrare e vedere
L’oratorio è piccolo, raccolto. È il luogo dove Pier Giorgio Frassati fu battezzato. Un luogo che custodisce memoria, silenzio, una semplicità che non ha bisogno di essere spiegata.
Poi, entrando, accade qualcosa.
Lo sguardo sale verso l’abside e incontra l’antico agnello dipinto, simbolo di sacrificio e redenzione. Subito sotto, come emersa da un’altra dimensione, la Crocifissione di Puglisi chiamata “Un tempo immobile”.
È un dialogo. Antico e contemporaneo. Chiaro e scuro. L’agnello sospeso nella luce, la croce immersa nell’ombra. E proprio da quell’ombra, quasi con fatica, affiora il corpo.
Una pittura che scava
La pittura di Puglisi non aggiunge: sottrae. Lavora come uno scalpello. Togliendo, cerca l’essenziale. E l’essenziale, qui, è tutto. Le mani, rivolte verso l’alto, non gridano ma interrogano. Accolgono, sembrano volerci sollevare.
Il volto, inclinato, non domina ma osserva. Guarda l’umanità – la nostra umanità – e sembra comprenderla.
I piedi, saldi, ancorati, parlano di una scelta: restare. Non abbandonare l’uomo. È una crocifissione che non si impone, ma si offre. Non racconta, ma chiama. Puglisi, affermato artista di origini biellesi, lo ha detto: la sua è una ricerca dell’essenziale, una pittura che nasce dall’ombra per trovare la luce. Una luce materica, costruita, quasi “posata” sulla superficie come fasce, come bende. Qui sta uno dei punti più profondi dell’opera. Non è la luce che cancella l’ombra. È la luce che la attraversa.
Orizzontale e verticale
Nel racconto dell’artista, la Croce torna al suo significato più antico: l’incontro tra orizzontale e verticale.
L’orizzontale è l’uomo, la vita, la storia, la fatica quotidiana.
La verticale è il desiderio, la tensione, la ricerca di senso.
Nel punto in cui si incontrano - nel corpo crocifisso - accade qualcosa che riguarda tutti.
Non un simbolo distante, ma una domanda concreta: come viviamo il nostro tempo? cosa facciamo degli altri?
È una croce che non si limita a rappresentare il dolore, ma che lo radica nella realtà, nella scelta di non staccarsi dall’umano.
La sera: parole e pensiero
Se al mattino è stato lo stupore a dominare, la sera ha portato la profondità del pensiero.
Le parole del teologo don Roberto Maier hanno aperto una chiave di lettura potente: quella dell’ombra.
Viviamo, ha detto, in un’epoca di luce eccessiva, una luce che abbaglia e finisce per oscurare. Una “luce barbagliante di nulla”, per usare le parole di Paul Auster. Una luce che mostra tutto ma non svela niente.
E allora l’ombra torna ad avere un valore. Non come negazione, ma come spazio generativo.
Nelle opere di Puglisi l’ombra non è solo mancanza: è grembo. È il luogo in cui qualcosa può nascere. È la profondità in cui la luce acquista senso.
La sua pittura, partendo dal buio, costruisce fasci di luce che non cancellano le ferite, ma le fasciamo. Come un gesto di cura.
È un’immagine potente: un cristianesimo ferito, vulnerabile, che non viene restaurato ma accompagnato.
Dall’ombra alla vita
Nel Vangelo – ha ricordato Maier – la luce non è mai quella delle idee astratte, perfette, senza crepe. È la luce della vita, fatta di corpo, di storia, di contraddizioni.
È la luce che passa attraverso il grembo, la notte, la morte.
Così anche questa Crocifissione. Non è un’immagine conclusa. È un passaggio.
Qualcosa accade nell’ombra, prima ancora di essere visto. Qualcosa si compie prima della luce.
E forse è proprio questo il punto.
Un segno per il territorio
L’opera, prima commissione sacra dell’artista per una chiesa, diventa così molto più di un intervento artistico. Trasforma l’oratorio in un luogo di dialogo tra memoria e contemporaneità, tra spiritualità e cultura.
E si inserisce dentro un percorso più ampio, che lega il nome di San Pier Giorgio Frassati – giovane, concreto, radicale nella carità – a una riflessione attuale sull’uomo, sul tempo, sulla responsabilità.
Perché, come ha suggerito Puglisi stesso, alla fine la domanda è semplice:
Che facciamo oggi?
Apriamo la porta al vicino?
Oppure scegliamo altro? Scegliamo il bene, l’empatia, l’altruismo? O cosa?
Un’ombra che guarisce
C’è un’ultima immagine, evocata in chiusura da don Maier, che resta impressa.
Nel libro degli Atti si dice che persino l’ombra di Pietro guariva.
Non possiamo evitare di fare ombra, di lasciare un segno nel mondo. Ma possiamo scegliere che tipo di ombra essere.
Quella che oscura.
O quella che cura.
In quell’oratorio di Pollone, sotto l’agnello dipinto e davanti alla Croce di Puglisi, questa domanda resta sospesa.
E non chiede risposta immediata.
Chiede solo di essere abitata.
Il senso del pane: ostie, lavoro e dignità
Accanto alla dimensione artistica e spirituale, la presentazione della Crocifissione ha dato spazio anche a un progetto di forte valore sociale. Si tratta di “Il senso del pane”, iniziativa promossa dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti in collaborazione con la Comunità Papa Giovanni XXIII.
Il progetto prevede la produzione di ostie destinate alla diocesi da parte di persone in situazione di fragilità: detenuti della casa circondariale di Biella e persone con disabilità coinvolte nel laboratorio sociale Woodlab. Un lavoro concreto, quotidiano, che diventa occasione di riscatto e inclusione. Non solo un gesto simbolico, ma un processo reale: trasformare il pane – elemento centrale della liturgia – in segno di dignità restituita attraverso il lavoro. Un progetto che dialoga idealmente con l’opera di Puglisi e con la figura di Frassati: unire bellezza e responsabilità, spiritualità e azione, fede e vita.
Perché, ancora una volta, ciò che conta non è solo ciò che si contempla. Ma ciò che si fa. E a raccontare questo progetto è stato Arnoldo Mosca Mondadori, editore, saggista, poeta e presidente della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti.
Un segno che resta
La giornata di presentazione della Crocifissione di Lorenzo Puglisi all’Oratorio dei Santi Fabiano e Sebastiano è stata scandita anche dagli interventi istituzionali, che hanno messo in evidenza il valore dell’opera non solo sul piano artistico e spirituale, ma anche per il territorio. Il sindaco di Pollone Paolo Tha ha sottolineato anzitutto il significato che il piccolo oratorio del Cangio riveste per la comunità: un luogo «molto importante» e «molto sentito», destinato ora ad accogliere un’opera capace di diventare anche motivo di richiamo per i visitatori e per i pellegrini. Il primo cittadino ha rimarcato il sostegno costante della Fondazione Crb alle iniziative del territorio e ha spiegato come la nuova presenza artistica potrà inserirsi nel percorso di valorizzazione del paese. L’opera è stata infatti donata dalla Fondazione. Il presidente Michele Colombo, ha richiamato il significato più profondo dell’iniziativa, ricordando la partecipazione della Fondazione a uno dei momenti frassatiani vissuti sul sagrato di San Pietro e spiegando come da quell’esperienza sia maturata la volontà di esserci, in modo spontaneo, dentro un percorso capace di unire ascolto, accompagnamento e azione: le tre parole che guidano l’ente. Colombo ha insistito sul carattere corale del progetto. Da parte sua il parroco di Pollone don Luca Bertarelli ha evidenziato la novità rappresentata dall’ingresso di un’opera di arte contemporanea in un contesto ecclesiale del territorio, sottolineando come questo intervento riporti l’arte a essere ciò che è nella sua natura più autentica: uno strumento per pensare, riflettere e pregare. Don Bertarelli ha anche raccontato un dato semplice ma eloquente: nei giorni precedenti l’inaugurazione, con la chiesa lasciata volutamente aperta, molte persone del paese sono entrate e si sono fermate davanti alla Crocifissione, restituendo impressioni intense. È stato, ha lasciato intendere, il primo vero segno che l’opera aveva già cominciato a fare il proprio lavoro: toccare, interrogare, mettere in moto pensieri.
© RIPRODUZIONE RISERVATA