Botto Poala: «Misurarsi con i numeri per fare meglio»
Reda ha ottenuto la sua prima certificazione nel 2004
Lettura 2 min.Il percorso era iniziato nel 2002, «era giurassica della sostenibilità» come la definisce Ercole Botto Poala, ceo di Reda. E nel 2004 era arrivata la prima certificazione. «Dopo un viaggio in Cina ci rendemmo conto che il mondo avrebbe avuto, negli anni a venire, molti più “abitanti” alla ricerca di una qualità di vita e di un benessere maggiore, una condizione auspicabile ma che avrebbe inevitabilmente portato a più spreco».
L’obiettivo di Reda, un ventennio fa, fu quello di diventare sostenibile per essere più competitiva. «Migliorando e misurando le nostre performance» prosegue l’imprenditore. «Anche se all’epoca non c’era interesse su questo tema e tanto meno era visto come un’opportunità, noi eravamo convinti che potesse tornarci utile anche per dare all’azienda un’immagine più attenta ed efficiente, che fosse gradita ai clienti e capace di attrarre giovani interessati a lavorare con un certo approccio filosofico».
Nell’occhio del ciclone, agli inizi del terzo millennio, c’era soprattutto la chimica. «Siamo partiti di lì e abbiamo imparato molto dall’errore. Venne avviato uno studio di due anni, girando il mondo e compiendo ricerche su come passare dall’utilizzo di coloranti sintetici a quelli naturali, per capire, alla fine, che se avessimo usato solo quelli avremmo dovuto, per esempio, accaparrarci il 30 percento della produzione totale sul pianeta dell’indaco per il blu, o di una particolare corteccia di una pianta che cresce nella foresta amazzonica, per il nero. In altre parole una qualsiasi azione in questo senso avrebbe avuto conseguenze altrettanto insostenibili e generato un impatto non totalmente positivo. Da qui abbiamo deciso di concentrarci nella riduzione degli sprechi di tutto quello che utilizziamo nel nostro processo: acqua, energia e risorse in genere».
Il fatto di essere antesignani della sostenibilità ha portato Reda a misurarsi, a ottenere certificazioni che inquadrassero con numeri concreti ogni azione, numeri da confrontare, da superare, per avere la certezza di essere sulla strada giusta.
«Un concetto che volevamo trasferire a tutta la filiera, dalle fattorie in Nuova Zelanda ai fornitori, dai dipendenti al territorio. La certificazione B-Corp ci impegna a rispettare determinati standard per garantire un impatto positivo nella produzione, sulla società e sull’ambiente, conciliando economia e profitto con etica, sostenibilità e benessere».
Ma lo spreco resta uno scoglio, «il problema» che non può combatte solo l’azienda. I consumatori e, in particolare i giovani, sono davvero interessati alla sostenibilità? Cosa dicono i numeri? «Le ricerche dimostrano che i giovani, malgrado tutto, non sono poi così attenti. Sono più informati, più predisposti in certe aree di mercato ma dove il benessere è arrivato da poco ci sono altre priorità. E quindi molto spreco. Ciò significa che avremo presto tensioni sulle materie prime e che, se non cambieremo modo di interagire, ci saranno scarti pazzeschi».
In questi equilibri precari si innestano poi le direttive europee al 2035. «Un tema complicato. C’è molta confusione e troppo poca consapevolezza. Le regole che si scrivono a Bruxelles poco hanno a che vedere con le dinamiche di territorio. Gli “autori” sono gli stessi che qualche anno fa celebravano la moda democratica del fast fashion e oggi, visti gli effetti, la demonizzano, dimostrando che se non si analizzano con attenzione le conseguenze si rischia di avere più danni che benefici. E’ bene ricordare che il fast fashion è fondamentale per la filiera del tessile, e non solo italiana, in quanto dà lavoro per esempio al Biellese nel 15/20 percento della sua produzione, nel Pratese si arriva al 60/70 e nel Comasco al 20/30 percento. E’ giusto e nobile essere attenti a ciò che è vicino all’azienda e al territorio, ma occorre avere una politica forte dove si decide il destino del nostro manifatturiero che determinerà la nostra competitività e sopravvivenza. Questa differenza le pmi ancora non l’hanno colta appieno. E questo fatto è un freno pericoloso per il nostro futuro» conclude Ercole Botto Poala.
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