Eraè, ogni rammendo
ha una storia: «Così ho cambiato la mia vita»

Valentina Vettoretto Da una timida scommessa sui social alle maison francesi. Oggi l’artigiana biellese è anche docente a Roma all’Accademia dei Sartori

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Valentina Vettoretto è docente all’Accademia dei Sartori di Roma, lavora per atelier di alto livello per tutta Italia e anche all’estero; ha condotto percorsi formativi su misura per una maison internazionale del lusso francese integrando il rammendo nei processi produttivi interni; sui social ha ottenuto una visibilità che le ha permesso di affermarsi come marchio, e grazie al passaparola il rammendo, da sfida è diventato un’attività consolidata.

«Avevo contrattini volanti, ero giovane e immaginare un futuro non era facile. È stato un incontro casuale con una maestra di rammendo in pensione a cambiare la mia vita».

Vettoretto, a cui l’intraprendenza non manca, racconta l’inizio della sua carriera: dopo aver messo mano all’elenco telefonico, contattando le aziende tessili biellesi, alla fine è riuscita a trovare la sua strada. «Mi chiedevano se avevo esperienza e il discorso si chiudeva lì, ma poi un tirocinio mi ha dato la possibilità di imparare ciò che mi interessava. È stato un investimento di 6 mesi, rispetto ad altre possibilità in altri settori con uno stipendio certo. Concluso quello è arrivato l’apprendistato e quindi il contratto a tempo indeterminato che ho tenuto per 9 anni».

E, quasi inaspettata, è arrivata anche la vera svolta. Senza dire nulla a nessuno, Vettoretto (oggi il suo profilo si chiama Eraè) apre una pagina sui social battezzandola «Rammendo invisibile» dove posta qualcuno dei suoi lavori. «Rendere visibile sui social un rammendo invisibile ha cambiato tutto. Una sartoria mi ha contattata dopo pochissimo tempo. Mi chiedeva se avevo la partita Iva e ho risposto di si. Ho passato giorni febbrili a trovare un commercialista e a mettermi in regola. Così la mia carriera ha preso forma. In quell’anno a Biella si svolgeva il 39° congresso della “World Federation of Master Tailors”, la più importante associazione che riunisce le migliori sartorie del mondo, e ho trovato la giusta sponda alla mia passione».

«Il made in Italy è la garanzia di tutto il settore tessile italiano e del distretto biellese, ovviamente. Nel mio lavoro ci vuole pazienza, un po’ di creatività, capacità di risolvere i problemi perché ogni rammendo ha una storia a sé, che va capita se si vuole ottenere un buon risultato nella riparazione. Occorre testardaggine e naturalmente bisogna crederci. Io ci ho creduto. Si parla tanto di sostenibilità: questo lavoro è un‘opportunità concreta per il futuro delle nuove generazioni. Anche i giovani, oggi, stanno iniziando a essere più attenti. Il lavoro manuale non smetterà mai di esistere e a me l’IA non fa paura. Sono convinta che questa competenza, una delle più rare nella filiera del lusso italiano, merita un modello diverso: non la “conservazione di un sapere”, ma la sua reintegrazione nei processi produttivi odierni. Eraè, nel 2023, nasce da questa scelta».

I processi industriali selezionano i casi gestibili, non i prototipi irriproducibili, non i tessuti senza margine di errore, non gli interventi dove un filo sbagliato compromette tutto. Eraè interviene esattamente lì con le sartorie che integrano il servizio nel pre/post-vendita («Il sarto è il miglior rappresentante dei tessuti» spiega). Una maison del lusso francese recentemente ha formato i propri professionisti con Eraè ma nell’elenco ci sono anche i privati che vogliono preservare capi unici.

Per l’artigiana biellese l’innovazione non è nella tecnica. È nella scelta di arrivare dove nessuno l’aveva ancora portata, su tessuti e abiti che altrimenti diventerebbero scarto. Ogni intervento inizia con un’osservazione attenta del capo: la fibra, l’armatura, la costruzione, l’entità del danno. La fase diagnostica determina la tecnica, i materiali e i tempi necessari.

«Non esiste un intervento standard: ogni capo richiede una lettura propria. La ricostruzione avviene rispettando la struttura originale del tessuto. L’unica misura del successo è che il risultato sia impercettibile. Coltivare e trasmettere queste capacità oggi è una necessità concreta, non solo culturale. È una scelta strategica e di valore».

Conclude: «Il mio sogno? Trovare qualcuno che abbia passione e voglia imparare questo mestiere per potenziare la mia attività. Paradossalmente attivando i corsi vedo iscritti da ogni parte d’Italia e pochi biellesi. È un peccato avvertire questa disaffezione per il nostro tessile che è un sinonimo di eccellenza nel modo».

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