La moda uomo rallenta
ma l’export premia la qualità
Confindustria Moda. Il rapporto dell’Ufficio studi presentato per Pitti Uomo
Paola Guabello
Secondo la nota dell’Ufficio studi economici e statistici di Confindustria Moda diffusa in occasione della presentazione edizione di Pitti Uomo 110, in programma a Firenze dal 16 al 19 giugno, nell’anno appena trascorso la moda maschile italiana ha rallentato il passo sui mercati internazionali, interrompendo la fragile stabilità del 2024.
Per il Biellese, tradizionale laboratorio della lana italiana, il 2025 appare quindi come un momento di transizione: tra la tenuta delle eccellenze storiche e la necessità di ripensare strategie e mercati per le produzioni più vulnerabili. Un equilibrio delicato, giocato sempre più sulla capacità di distinguersi, non solo per ciò che si produce, ma per come e per chi lo si produce.
Le esportazioni segnano una flessione del -1,7%, fermandosi a 9,4 miliardi di euro, in un contesto globale che premia selettivamente i prodotti e penalizza le filiere più esposte alle oscillazioni della domanda extra-europea.
La geografia dell’export racconta una doppia velocità: da un lato l’Unione Europea torna a crescere (+3%), dall’altro i mercati extra-UE che arretrano (-5,7%), pur mantenendo il primato in termini di peso complessivo con il 51,9%. Francia e Stati Uniti (+3,5% entrambi) restano pilastri solidi, mentre segnali più deboli arrivano dalla Germania che con il -4,6%, scende al terzo posto precedendo la Cina. Questa nonostante una contrazione del -13,1%, con 675 milioni di euro rappresenta il 7,2% dell’export sul totale. La Svizzera, storicamente centrale anche per i flussi legati al lusso e alle lavorazioni di fascia alta, si indebolisce mentre il Giappone mostra un aumento del 6,1%.
Ma è entrando nel dettaglio merceologico che emergono le dinamiche più interessanti, e più rilevanti per il distretto tessile, cuore della filiera laniera italiana. Il vestiario esterno, segmento che più direttamente intercetta la tradizione produttiva del territorio (soprattutto nelle fibre pregiate destinate a cappotti, abiti e capispalla), mostra una sorprendente tenuta: +0,1%. In un anno complessivamente negativo, si tratta di un segnale di resilienza, come se il mercato continuasse a riconoscere valore alla qualità manifatturiera e ai tessuti premium, tipici proprio delle imprese che operano nella fascia medio-alta e alta del menswear.
Di segno opposto, invece, la maglieria, che registra una contrazione del -4,6%. Un calo che pesa e che suggerisce una maggiore esposizione di questo comparto alla competizione internazionale, soprattutto sui mercati extra-UE. La domanda si è resa più volatile, forse meno disposta a premiare il valore aggiunto rispetto ad altre categorie. E anche per il Biellese, dove la filatura rappresenta una parte storica della produzione, il dato suona come un campanello d’allarme. Nel complesso, il quadro che emerge è quello di una filiera che regge meglio laddove riesce a difendere posizionamento, qualità e riconoscibilità, come nel caso dell’abbigliamento esterno, mentre soffre nei segmenti più esposti alla pressione dei prezzi e alla concorrenza globale, come la maglieria.
Non trascurabile, inoltre, il fatto che le importazioni siano tornate in territorio positivo con un incremento del +2% e raggiungendo i 6,6 miliardi di euro, in controtendenza rispetto al calo del -5,4% osservato nel 2024.
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