Economia & Società / Biella
Domenica 01 Febbraio 2026
Paesi arabi e Cina: c’è spazio per il Biellese
Ha respirato il tessile fin da bambino, nella piccola azienda di famiglia. Guido Tara. in età professionale matura, ha colto il richiamo di una Cina in piena espansione dove ha lavorato come direttore creativo per 13 anni in alcune delle più importanti aziende del menswear. Esperienza che gli ha permesso di comprendere a fondo il sistema produttivo, entrando in contatto con una cultura millenaria, dinastica, filosofica e sociale, di straordinaria profondità. Oggi vive stabilmente a Dubai, dove insegna Fashion Business all’Università Marangoni di Milano che ha sede negli Emirati Arabi, sfruttando la sua conoscenza della filiera «from the sheep to the shop». E dove si presenta con l’alias Guido Tahra.
Perito tessile all’Iti Q.Sella, giovane «disegneu» al Lanifico Fila, assistente stile in Corneliani, poi responsabile creativo da Pal Zileri, la curiosità, più che l’ambizione, lo ha spinto a guardare oltre il tessuto, verso l’origine e il senso del capo finito.
Come vede il posizionamento del distretto tessile biellese nel contesto attuale?
E’ un tema che tocca l’immagine italiana e quella biellese che ben conosco. Il momento è complicato, dovuto agli Usa e alle guerre in corso in metà mondo. Partiamo dai Paesi arabi dove vivo: negli ultimi 15 anni tutto è cambiato, economicamente e socialmente con i grattacieli che hanno divorato il deserto trasformando Dubai in una “perla” brillante. Del resto, tutta la penisola araba si sta muovendo bene, la sua potenza fa si che possa scommettere su una solida espansione. Questi Paesi si sono aperti al mondo investendo sul turismo, godono di grandi capitali e sono consapevoli che il petrolio non durerà in eterno. Stanno intanto coinvolgendo le aziende, la finanza. Tutto tende alla modernità.
I Paesi arabi sono diventati potenze rispettate e rispettabili, un po’ come la Cina di 20 anni fa?
La Cina oggi è economicamente matura, non ha più la propulsione che oggi sembrano avere gli Emirati.Ma in entrambi i Paesi, a differenza dell’Occidente, ci sono regole che si rispettano e ciò favorisce la fluidità sociale. C’è inclusione e accettazione dello straniero. Nella penisola araba il mondo femminile si sta emancipando, convivendo con un Islam più moderato che mostra aperture.
In questo quadro come si inserisce il tessile biellese?
Il distretto è paragonabile a un Tiffany dei tessuti. A Dubai circolano molti prodotti biellesi anche se nelle fiere del settore i nostri marchi non sono rappresentati per l’assenza di industrie trasformatrici locali di buon livello. Gli arabi qui, indossano la tradizionale tunica bianca, la Kandora, ma quando vanno all’estero per business o turismo, vestono all’occidentale con tessuti di qualità. Una maggior brandizzazione, anche se la stoffa è un passaggio intermedio dell’abito, potrebbe essere importante. Il Difc è il distretto finanziario, la City di Dubai: i piani sotterranei brulicano di sartorie dove i dirigenti sia “locals” che occidentali, scendono le scale e si fanno fare l’abito su misura. I tessuti, in questa fase, sono in secondo piano perché il sarto viene prima. Andrebbe invece invertita la proposta: prima i brand e solo dopo il servizio di confezione. In questo modo sarebbe il tessuto il soggetto più forte e porrebbe il negozio a un livello qualitativo superiore. Il Biellese ha un fascino che trascende anche il made in Italy, e potrebbe diventare esso stesso un nuovo messaggio, valorizzando di più la percezione della sua immagine. I consumatori esigenti sono curiosi, amano lo storytelling, vogliono sapere chi sono gli imprenditori, i volti delle nuove generazioni. Ma non solo. Come la confezione promuove spesso il designer quale immagine del marchio, anche i lanifici potrebbero puntare sui loro direttori creativi o sul disegnatore come elemento di distinzione dell’azienda. Il tessuto non è solo trama e ordito ma ha un team alle spalle che crea e progetta. Nel mondo del food per esempio, si è accesa l’attenzione sullo chef e su come si crea un piatto, allo stesso modo, il lanificio ha la sua brigata di “chef del tessuto” che mostra al cliente finale cosa significa creare qualità partendo dalla fibra.
Il panorama a Oriente com’è?
I cinesi sono arrivati a un ottimo livello di produzione tessile ma si parla più di materiali sintetici. Questo consente alle lane biellesi di mantenere una buona nicchia di mercato e un appeal esclusivo anche grazie a marchi come Zegna e Loro Piana che distribuiscono un prodotto finito. In realtà la Cina bisogna viverla per capire che ha un modo di ragionare molto distante da quello occidentale. Ha avuto una eccezionale espansione negli ultimi 20 anni e ora il mercato in rallentamento preoccupa. Forse è una situazione più psicologica che economica ma che determina anche la flessione nei consumi. Le potenzialità sono enormi seppur meno vivaci di 5, 6 anni fa. Tuttavia, si tratta di un popolo determinato, che non si arrende mai.
Sono allenati al sacrificio, votati al miglioramento continuo e alla cultura dei valori, soprattutto a quello di”comunità” perché la posizione individuale non deve mai prevalere così come la ricchezza non può gestire il potere politico. L’uomo cinese ama soprattutto vestire comodo, preferisce la praticità, non è attratto dall’eleganza o dalla bellezza in sé, a differenza della donna che spende molto per la cura della propria bellezza. I consumatori cinesi cercano il brand riconoscibile e riconosciuto. Il marchio fa sempre la differenza, anche in Oriente. Per questo motivo, c’è sempre spazio per gli audaci.
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