Racconti e riflessioni d’estate
Rubrica - Dietro l’angolo di Franco Grosso
Lettura 4 min.Come succede in televisione in questo periodo vacanziero, anch’io sono arrivato alle repliche. Sono due brevi racconti che ho già pubblicato anni fa e che avevano avuto un notevole riscontro, poi rivisti e corredati da altre immagini.
Il canto della sorgente
“Ascolta…, una sorgente!”, mi dice Enrico, quattro passi dietro di me. Siamo a 1.800 metri di altitudine, nella fitta pineta che scende ripida dal Corno Bussola, in Val d’Ayas, di ritorno da un’infruttuosa battuta ai funghi. Mi sa che dovremo aspettare la luna nuova di mezz’agosto per gustare quei saporiti gallinacci, gialli come la polenta che li accompagnerà nel nostro stomaco.
“Ascolta…”. Prima di vederla, se ne sente il canto. Cosa ci fa una sorgente in questo posto, su di un dorsale alpina e non in una valletta come sarebbe da aspettarsi. Per di più in questa estate arida che secca e ingiallisce il sottobosco.
“Eccola!”. Enrico mi chiama e mi indica una buca inclinata, grande come una stanza, piena di una terra scura, umida. Nel bordo superiore della buca, sulla piccola scarpata che la riunisce al terreno sano, è tutto un formicolio di brillantini. Gocce d’acqua, che un metro più in basso si riuniscono a formare un rivolo grande come un dito. Subito l’acqua cade in una prima polla. Due spanne scarse di salto, ma sufficienti per farle prendere voce. In basso, dove la buca finisce, si alza una sorta di muro, fatto con la stessa terra. È la terra che manca dove c’è la sorgente.
Tutto si spiega: il muro, perforato da radici, è una enorme zolla rovesciata. In pratica l’apparato radicale di un grande larice caduto e ora disteso a testa in giù verso il dirupo che si intuisce in basso. Colpa del vento, della neve? O più facilmente della vecchiaia? O forse della stessa acqua, che ha fatto mancare - si potrebbe dire - la terra sotto i piedi?
Poco mi importa delle cause: in natura, la morte di qualcosa quasi sempre corrisponde alla nascita di qualcos’altro. È normale nel mondo animale. Il pesce grande si nutre di quelli piccoli; l’aquila sfama la prole cacciando serpi e roditori. Nel mondo vegetale, morte e resurrezione hanno aspetti diversi. Come l’erba nuova dopo l’incendio o come questa sorgente al posto del gigante caduto.
Alla razza umana sembra non sia data la facoltà di risorgere. Eppure Qualcuno l’ha fatto. Ma, a ben guardare, negli occhi dei bimbi si ritrovano gli sguardi dei nonni e nei volti dei grandi riemergono, col tempo, le sembianze dei padri.
L’acqua della nostra fonte sfugge a lato della grande zolla radicale, ma intanto si nutre di nuova linfa. Fiori e piccoli frutti hanno già trovato posto, alcuni lamponi sono maturi. Non si resiste alla tentazione di rinfrescarci. Le mani giunte a coppa ci stanno appena sotto lo zampillo. Per quanto naturale, il gesto di portarle alla bocca per bere ci appare arcaico, quasi devozionale. Una sotto l’altra, le piccole polle riflettono l’azzurro del cielo e vanno a formare una collana di turchesi, tenuti assieme da un filo d’argento liquido. Più in basso, l’acqua lambisce i rami spezzati del vecchio larice, in un inutile e scusante tentativo di rianimazione. Poi si perde nell’intrigo più fitto dei rami che ne formano la punta. Forse torna sottoterra, da qui non è dato a vedere.
Ma poi risorgerà sicuramente più a valle, a cantare di nuovo.
Questo racconto è dedicato al ricordo di un caro amico, mancato improvvisamente nel febbraio 2026. Enrico Bruschi era un medico anestesista, per molti anni attivo all’ospedale Santo Spirito di Casale Monferrato; andato in pensione, si era rimesso volontariamente il camice durante il Covid, per aiutare i colleghi in alcune strutture ospedaliere. Aveva un temperamento emotivamente forte, talvolta impulsivo e passionale, accompagnato da un carattere generoso e buono, ed era impegnato in attività sociali e politiche, dal Cai al consiglio comunale della sua città.
L’avevo conosciuto nel settembre del 2013, camminando con lui per settimane dal Piemonte a Roma, in occasione del CamminaItalia150, per la ricorrenza di fondazione del Club Alpino Italiano. Da allora abbiamo condiviso molte iniziative e momenti di socialità, compresi quelli nei soggiorni valdostani, ai quali si riferisce il racconto appena letto.
A rivederci, Enrico, e buon cammino anche lì…
Riflessione finale
Permettetemi oggi una considerazione finale, figlia della mia deformazione professionale di vecchio grafico e pubblicitario. Mi capita talvolta di tenere lezioni o conferenze sulla comunicazione nelle scuole o nei corsi agli insegnanti per il progetto Scuole in Cammino. Spesso sottopongo agli allievi un questionario nel quale chiedo qual è il simbolo, segno, logo o marchio più famoso al mondo, conosciuto universalmente.
Le risposte più o meno si ripetono: il marchio Coca Cola, Amazon, Apple, Ferrari; i più ispirati citano Valentino, lo stilista, altri il 46 di un altro Valentino. Pochissimi mi danno la risposta esatta: la Croce. Mi guardano stupiti mentre spiego la cosa, magari cercando questo “logo” sulla maglietta del vicino. Salvo poi scoprire di averlo al collo, in una catenina.
Ebbene si, non vi è dubbio. La più straordinaria ed efficace campagna di comunicazione e di marketing mai apparsa sulla faccia della Terra - oltretutto vecchia di un paio di millenni - è proprio quella legata al Cristianesimo. Non c’è segno più facile da ricordare e riprodurre, e chi non sa leggere o scrivere si firma con una croce. Nasce da un dramma, due assi incrociate sulle quali morivano i primi cristiani. Porta con sé un gesto, quello della croce, dal significato identitario ben maggiore di un braccio teso o di un pugno chiuso.
Per fidelizzare la clientela sono stati ideati e costruiti edifici bellissimi, pensati e arricchiti dai migliori architetti e artisti di ogni epoca. Vi lavorano persone che credono molto in quello che fanno e che si impegnano ogni giorno per diffondere il pensiero comune.
Anche lo slogan che accompagna la campagna è perfetto, per sintesi e chiarezza: “in hoc signo vinces”. Per non parlare dei luoghi privilegiati, vette montane, monumenti, campanili e anche ambulanze, scelti per un posizionamento di massima visibilità del marchio. E che dire del testimonial, in grado di camminare sulle acque e capace di moltiplicare pani e pesci senza l’uso dell’IA; e degli influencer che lo hanno seguito, raffigurati sui santini.
Se facciamo un confronto con gli altri segni che contraddistinguono le diverse religioni, non c’è paragone. Alcuni sono graficamente bellissimi, ad esempio quelli orientali, ma pochi li ricordano e li riconoscono.
La domanda è quindi lecita: chi era il bravissimo creativo che ha ideato la campagna?
O era un Creatore…?
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