«Fiorire dove il Signore ci pone, questo ci insegna San Francesco»

Dialogo con il vescovo emerito Gabriele Mana Lo abbiamo incontrato la vigilia della festa degli anniversari di ordinazione sacerdotale

«Preferisco le interviste a braccio. C’è più spontaneità, più freschezza. E anche più sincerità».

La voce di monsignor Gabriele Mana arriva chiara e pacata. Non è una distanza formale, ma una prossimità fatta di ascolto e di memoria condivisa. La conversazione telefonica diventa presto un incontro: il filo che riannoda Biella al suo vescovo emerito, alla vigilia delle feste degli anniversari di ordinazione sacerdotale e di San Francesco di Sales, nel venticinquesimo anniversario della sua ordinazione episcopale.

«Questo anniversario è soprattutto un motivo di gratitudine. In fondo, le date sono numeri. L’importante è vivere ogni giorno in pienezza». Poi la frase che segna il tono dell’intero dialogo: «Ci sono due modi di vivere. Vivere per invecchiare, ed è triste. Oppure vivere per crescere: in bontà, dedizione, generosità. Questo è esaltante».

Un legame che non si spezza

Oggi monsignor Mana vive lontano geograficamente dalla diocesi, nella sua Marene (Cuneo), per una scelta maturata nella preghiera. Ma il legame resta vivo.

«Il mio cuore e la mia preghiera sono sempre per Biella. La distanza è un atto d’amore verso la diocesi e verso il mio successore. Per amore, a volte, si esce dalla terra che si è servita».

Eppure ci sono ritorni irrinunciabili: la messa crismale del giovedì santo, Santo Stefano, le grandi celebrazioni diocesane. «Non immagino un luogo diverso dal presbiterio di Biella per rinnovare le mie promesse sacerdotali». Ora il ritorno è per San Francesco di Sales, nella giornata che raduna il presbiterio attorno al seminario e celebra gli anniversari di ordinazione.

Le mani che diventano
segno di Dio

Il racconto si sofferma su uno dei gesti più antichi e più carichi di significato della chiesa: l’imposizione delle mani.

«La Chiesa vive di segni. L’imposizione delle mani è prossimità di Dio. Gesù guarisce il lebbroso toccandolo. Nella liturgia imponiamo le mani sul pane e sul vino, invochiamo lo Spirito. Nell’ordinazione ungiamo le mani del sacerdote perché possa a sua volta imporle».

Non sono più mani dell’uomo, ma mani di Dio: «mani che non soffocano, ma proteggono, custodiscono, accompagnano».

E un ricordo personale rivela il suo stile pastorale: «Dopo l’ordinazione, davanti a tutti, baciavo le mani dei nuovi sacerdoti. La chiesa è anche fatta di tenerezza».

Vocazioni, comunità
e corresponsabilità

Il dialogo entra nelle sfide del presente. Diminuiscono le vocazioni, diminuisce anche la partecipazione dei fedeli.

«È un segno dei tempi. Sembra che Dio non serva alla vita. Eppure Benedetto XVI ci ricordava che un umanesimo senza Dio diventa disumano».

La risposta non è la nostalgia, ma la corresponsabilità: ministeri laicali, comunità vive, partecipate. Ma senza il ministero ordinato, ricorda, non c’è Eucaristia, non ci sono sacramenti. «È indispensabile».

E invita a riconoscere anche i segni di speranza: «A Biella ci sono diaconi permanenti, seminaristi, qualcuno che si affaccia al cammino. Ringraziamo il Signore. A furia di pensare a ciò che manca, rischiamo di non gioire di ciò che abbiamo».

La fede come esperienza
che realizza l’umano

Il cuore del discorso torna sempre alla fede.

«La fede non è frutto di un ragionamento. Ma è ragionevole, perché corrisponde ai desideri più profondi dell’uomo: essere amato, salvato, perdonato. La fede realizza l’umanità in modo pieno».

E allora gioia e speranza non sono sentimenti vaghi.

«La gioia non è una strategia. La speranza non è un buon sentimento. Sono un incontro, un’amicizia, una relazione d’amore con Gesù. Senza questo, la fede diventa ideologia».

La doppia maternità nella fede

La fede si fa preghiera e devozione verso le “due madri”: spesso ci affidiamo a Maria, che noi abbiamo la fortuna di venerare in un santuario come Oropa e nei vari santuari dedicati alla Madonna del territorio biellese, ma non dimentichiamoci anche della nostra Madre Chiesa nel senso di sentirci inseriti nel torrente di beatitudine e di grazia che si sperimenta e si vive nella chiesa biellese non solo nelle parrocchie, ma anche nelle associazioni come gli scout, nei vari movimenti e gruppi come Cl, i focolarini...»

Giovani santi, segni luminosi

Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis diventano fari concreti di questo tempo.

«Sono doni grandi per tutta la chiesa, e anche per Biella. Testimonianze luminose. Ci ricordano che la speranza non si chiude con un anno giubilare: va portata nella vita».

La pace del cuore
e la pace del mondo

Il tema della pace attraversa il dialogo con realismo.

«La pace degli uomini spesso è solo un intervallo tra due guerre. La pace di Cristo è permanente. Si può essere beati anche in mezzo ai guai».

Diventare operatori di pace significa partire dal cuore: «mettere ordine nel proprio cuore, per incontrare non più il nemico o l’avversario, ma il fratello».

Una vocazione nata dalla testimonianza

Il racconto si fa personale quando monsignor Mana riavvolge il nastro della giovinezza.

«La mia vocazione è nata dalla testimonianza. Non dissi: voglio diventare sacerdote. Dissi: voglio diventare come loro. Erano giovani seminaristi della mia comunità. Mi hanno affascinato».

Poi il discernimento, gli studi, la scelta definitiva.

«Sono contento della mia vita. E spero che anche il Signore sia un pochino contento di me».

Comunità “calamite”

Oggi il canale familiare della trasmissione della fede si è indebolito.

«È vero. Ma la chiesa deve diventare comunità che testimonia la bellezza del Vangelo. Comunità fervorose, attraenti. La gente deve poter dire: guarda come si vogliono bene, guarda come sono sereni».

San Francesco di Sales: fiorire dove Dio ci pone

A fare da filo conduttore resta il patrono del seminario, San Francesco di Sales.

«San Francesco di Sales ci insegna a fiorire e portare frutto dove il Signore ci colloca. Ad amare ciò che Dio vuole per noi».

Ma nel 2026, anno in cui si ricordano gli 800 anni della nascita in Cristo del santo di Assisi, non si può non toccare il tema della povertà francescana: «Non miseria, ma distacco. Avere le cose senza attaccarci il cuore. Nel bilancio di ogni famiglia ci sia sempre una voce per i poveri. Ciò che è donato si moltiplica, ciò che è trattenuto evapora».

Vivere per crescere

La conversazione si chiude, ma resta un’impressione chiara: non solo un vescovo emerito che ricorda, ma un pastore che continua a generare legami, memoria e fiducia.

«Vivo nella gioia», aveva detto all’inizio.

Ed è forse questo il segno più bello lasciato alla sua chiesa: vivere per crescere, non per invecchiare.

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