«La Chiesa è una Casa in cui nessuno
è Straniero»
Questa sera alle 20.30 in auditorium. La conferenza si potrà seguire in streaming sui canali diocesani
Nel Biellese la parola povertà ha il volto delle fabbriche ridimensionate o chiuse, delle famiglie alle prese con lavori sempre più fragili, precari; delle nuove presenze migratorie che interrogano la convivenza, ma anche delle solitudini silenziose e dello smarrimento che provano molti giovani e anche anziani.
È dentro questa realtà concreta che questa sera, alle 20.30, l’auditorium di Città studi accoglierà il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, invitato dalla Diocesi per l’incontro “Una Chiesa povera per i poveri”. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per anticipare i contenuti della serata.
Eminenza, il titolo dell’incontro si aggancia all’attualità. Ci sono le parole di papa Leone che ci ricorda “L’amore di Dio che attraverso i poveri ha ancora qualcosa da dirci”. E ci sono le celebrazioni degli ottocento anni dalla morte di San Francesco che aveva sposato “Madonna povertà”, con l’esposizione delle sue spoglie da domenica ad Assisi. Quale volto deve avere la comunità cristiana in un tempo segnato da nuove fragilità sociali, culturali e spirituali?
Il Concilio affermava che la Chiesa è di tutti e particolarmente dei poveri. Questo significa che i poveri non sono una categoria tra le altre, ma i fratelli più piccoli che Gesù ci affida. È il Vangelo: “Quello che avete fatto a uno di questi piccoli lo avete fatto a me”. Quindi i poveri insieme a Gesù devono essere al centro della nostra riflessione e della comunità cristiana: saremo giudicati su ciò che abbiamo fatto o non fatto. La fede senza le opere è morta, dice la lettera di Giacomo. Dunque l’attenzione ai piccoli è costitutiva dell’essere cristiano e il rapporto con i poveri la qualifica. A volte siamo tentati di lasciare che qualcuno se ne occupi, ma invece è una questione d’amore che coinvolge la nostra vita. Papa Francesco ha riportato con forza questo richiamo. Ricordiamo perché scelse il nome Francesco: un cardinale gli disse “Non dimenticare i poveri”. È un’indicazione decisiva. Il rapporto con chi è in difficoltà non è efficientistico o strumentale, ma d’affetto perché la Chiesa non è una Ong: tradirebbe il Vangelo se fosse solo un insieme di iniziative sociali.
Anche in un territorio considerato per molti anni “ricco”, quale quello biellese, emergono oggi nuove povertà.
La povertà materiale esiste ed è concreta, ma accanto ad essa ci sono periferie esistenziali altrettanto profonde: la solitudine, la perdita di senso, la fragilità educativa, la fatica delle relazioni. Sono forme di impoverimento che svuotano la vita. La compassione cristiana non è pietismo dall’alto: è condividere la sofferenza dell’altro. La sua sofferenza diventa la mia.
Tra i giovani si percepiscono ansie e tensioni che sfociano nella violenza. È una nuova forma di povertà?
I giovani non chiedono soltanto risposte materiali. Cercano senso, appartenenza, relazioni vere. La sofferenza dei giovani ci interroga e ci sfida perché dobbiamo capire le domande per dare delle risposte come comunità. Dobbiamo ascoltare la loro sofferenza con lo sguardo di una madre: uno sguardo che accoglie, accompagna e non giudica.
Che cosa significa concretamente una “Chiesa povera”?
Non significa pauperismo né apparenza esteriore. Una “Chiesa povera” è una Chiesa che usa tutto ciò che ha per chi è in difficoltà. Se possiede molto, aiuta molto. Come una madre: non trattiene nulla per sé, ma mette tutto a servizio della vita e della speranza dei figli più fragili. Quando i poveri diventano una voce tra le tante, perdiamo il centro.
Il Piemonte è la terra dei santi sociali e Biella di Pier Giorgio Frassati. Che cosa dicono oggi?
La testimonianza comunica più delle parole. Quando si vede una vita donata agli altri, si comprende il Vangelo. I santi non trasformano i poveri in un’idea: aiutano a guardarli negli occhi. È così che la fede diventa credibile.
Oggi la fede non è più scontata. Come essere Chiesa in questo tempo?
Il cristianesimo cresce per attrazione, basta viverlo! È credibile quando è gratuito, fraterno, umano. In una società segnata dall’individualismo e dal calcolo, è il momento di essere cristiani, di accorgersi di quanto è importante essere testimoni autentici, segni di speranza.
Il cammino sinodale e il coinvolgimento dei laici stanno cambiando il volto delle comunità?
La sinodalità non è una stagione passeggera: è la natura stessa della Chiesa, popolo di battezzati che costruisce comunità vive. Dobbiamo continuare a cercare insieme responsabilità e risposte. La comunità cristiana non è fatta di ruoli, ma di pietre vive.
Nelle ultime settimane il caso di don Alberto Ravagnani, che ha rinunciato al sacerdozio ,ha suscitato grande interesse sui media. Lui, nel libro in cui racconta la scelta, parla di diffidenza dei giovani verso i sacerdoti. Da dove nasce questa diffidenza?
Non ho letto il libro di don Ravagnani. Certo esiste il rischio dello stereotipo: il prete visto come qualcuno che giudica, che impone, che è lontano dalla vita reale. Questa diffidenza nasce anche dagli errori e dalle incoerenze che non possiamo negare. Ma c’è anche un grande rispetto per chi dona la propria vita agli altri. Quando un sacerdote vive con umanità, semplicità e vicinanza, attorno a lui nasce comunità e fiducia. I giovani non cercano figure perfette, cercano testimoni veri. La credibilità nasce dalla coerenza e dalla capacità di condividere la vita delle persone.
In un clima pubblico segnato da conflitti e polarizzazione, quale contributo può offrire la Chiesa?
Le comunità cristiane devono essere disarmate e disarmanti, case di pace e di dialogo. La dottrina sociale della chiesa orienta al bene comune e aiuta a uscire da logiche ideologiche. In un tempo di tensioni e paure, questo è un servizio essenziale. Come vescovi abbiamo scritto una lettera per rilanciare il ruolo dei cristiani in Italia e in Europa.
Su temi etici delicati, come il fine vita, quale atteggiamento è necessario?
La Chiesa ribadisce il valore della vita e la necessità di cure palliative adeguate. Ma prima di tutto deve garantire accoglienza e vicinanza nella sofferenza. Nessuno deve sentirsi escluso. Senza prossimità e relazioni, questi temi diventano ideologici; dentro una comunità viva diventano cammini condivisi.
Anche l’accoglienza delle persone Lgbt+ interroga le comunità cristiane. Qual è la strada?
La prima parola è accoglienza. Tutti devono sentirsi parte della Chiesa e mai esclusi. L’incontro personale viene prima delle etichette. Senza relazioni vive questi temi, lo ripeto, diventano ideologici; dentro una comunità diventano cammini concreti di ascolto e accompagnamento. La chiesa è una casa, e in una casa nessuno è straniero.
L’incontro sarà trasmesso anche in streaming sui canali diocesani. Più che una conferenza si preannuncia come un momento di verifica per la comunità: non una Chiesa che osserva le fragilità dall’esterno, ma una comunità che le condivide e riconosce nei più piccoli il centro della propria fede.
In un tempo segnato da paure e divisioni, la visita del cardinale Zuppi invita a due domande esigenti.La prima: non solo come aiutare i poveri, ma che cosa essi rivelano della qualità delle nostre relazioni e della verità della nostra speranza; la seconda: riusciamo a sentirci poveri, ovvero sentire il bisogno di vivere con i fratelli e per i fratelli?
© RIPRODUZIONE RISERVATA