Ci risiamo. Una ragazzina di tredici anni entra in un minimarket di Torino per comprare dei succhi di frutta e ne esce con qualcosa che resterà su di lei ben oltre le immagini di una telecamera. A pochi minuti di distanza, dicono sempre le immagini, lo stesso uomo che le ha fatto violenza avrebbe importunato un’altra donna. Lui, 42 anni, incensurato, viene arrestato. Due notti in carcere e poi torna libero, con l’obbligo di firma. Il gip ha riconosciuto gravi indizi di colpevolezza e persino un concreto pericolo che possa commettere altri reati. Ma ha ritenuto sufficienti l’obbligo di firma, l’assenza di precedenti, la sua collaborazione e il suo pentimento. Lui ha detto: «Ho sbagliato, sono dispiaciuto». La Procura, convinta che servisse il carcere, ha fatto ricorso. Fatto chiaro che la giustizia non debba trasformarsi in vendetta, perché una democrazia seria non può avere la toga del rancore, resta altrettanto evidente come non si possa pretendere che i cittadini considerino normale ciò che normale non è. Perché c’è qualcosa che stride terribilmente. La ragazzina è rimasta libera di avere paura, di non riuscire a camminare dopo essere uscita dal negozio. L’uomo è rimasto libero di tornare alla propria vita. La legge, di norma, non misura il dolore: misura le esigenze cautelari. Ma forse dovrebbe preoccuparsi anche di come quella misura venga percepita da chi prova ancora a credere che lo Stato sappia individuare i connotati di qualcosa di gravissimo e trattarlo come tale. A tredici anni dovrebbe essere concesso avere ancora paura del buio. Non di camminare in strada o di entrare in un negozio. E tanto meno della giustizia.
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